Film: The Mission (1986, Roland Joffé)

E’ più giusto servire Dio nella preghiera ed accettare mansuetamente le brutalità del mondo che ci circonda nella speranza della vita ultraterrena o è più giusto servire Dio sia nella preghiera che nella lotta (eventualmente violenta) contro le ingiustizie del mondo? Questa resta decisamente una bella domanda a cui è difficile dare una risposta su due piedi ed è la domanda che sorge spontanea in questo capolavoro della cinematografia. E’ un film amaro, a tratti poetico ed a tratti straziante. E’ un film in cui in pochi possono dire di fare una bella figura.

Siamo in Sud America agli inizi del ‘700 e la storia si svolge nei territori tra gli odierni Brasile, Argentina e Paraguay, dove si trovava il confine tra i territori spagnoli e quelli portoghesi. Si parla di Indios, di mercanti di schiavi, di Gesuiti, di politici dalla pance piene e di ecclesiasti in parte impotenti ed in parte complici. Ci sono tutti gli ingredienti per un dramma, ma il dramma vero è che tutto è ispirato da fatti realmente accaduti.

I veri protagonisti del film sono appunto gli Indios e i pochi padri Gesuiti che cercano di convertirli e di tenerli lontani dai mercanti di schiavi. La semplicità e la linearità dei nativi americani fa da contraltare alla mentalità ottusa ed opportunista degli Europei accecati dall’avidità. E’ un mondo crudele dove non c’è scampo per i sentimenti puri, dove a nulla valgono i tentativi di dimostrare che anche gli Indios sono esseri umani, dove la loro attinenza al canto ed alla musica viene addirittura derisa… è il mondo reale in cui le storie possono anche avere una fine amara… molto amara. E qui si torna alla domanda iniziale, come si serve meglio Dio?

N.B. i Gesuiti della storia appartengono al primo ordine gesuita, che poco ha a che spartire con quello attuale, se non il nome.

Storia: Simon Bolivar

La vita di alcuni uomini resta impressa in modo indelebile nelle pagine della storia. Alcuni con le loro gesta sono riusciti ad entrare nell’immaginario collettivo di intere nazioni e talvolta di interi continenti. Certo è facile quando si parla di nomi come Napoleone, Hitler, Stalin, Giulio Cesare, ecc… questi sono nomi che tutti conoscono e di cui si studia abbondantemente a scuola. E’ vero anche che nelle scuole di ogni singola nazione si studia la storia con particolare attenzione alle vicissitudini della propria terra e buona parte dei manuali europei sono appunto costellati di enormi capitoli sulle grandi potenze coloniali e poco o nulla ci dicono della storia delle colonie. Pensateci. La storia dell’America: arriva Cristoforo Colombo nel 1492, arrivano poco dopo i Conquistadores e la popolazione indigena viene sterminata, non si sa bene come si passa alla Guerra di Indipendenza Americana (i più fortunati leggono due righe sulla Guerra dei sette anni nelle Americhe), poi a per quasi un secolo è buio totale con qualche accenno collaterale in qua e in là sulla caduta degli imperi coloniali nel nuovo continente… tutto qui sino agli Stati Uniti protagonisti del ‘900. Un pò poco non trovate?

In America del Sud troviamo come figure di primaria importanza nella storia moderna i“libertadores” ossia gli uomini che guidarono le lotte di indipendenza contro le potenze coloniali europee, soprattutto contro la Spagna. Erano uomini ispirati dalle moderne teorie politiche repubblicane affermate in ambito francese e nord americano tra il 1776 e il 1789. Molti appartenevano a società segrete, prima tra tutte la Massoneria. Erano uomini del loro tempo in tutto e per tutto.

Bolivar

Simon Bolivar nasce a Caracas, l’attuale capitale del Venezuela, nel 1783, da una agiata famiglia di origini basche. A quel tempo la colonia era tra le più floride tra quelle spagnole con le sue enormi produzioni di tabacco, caffè e cacao. Bolivar entrò nell’esercito coloniale ad appena 14 anni e viaggio poi per l’Europa visitando la Spagna, la Francia e l’Italia. Possiamo dire che la formazione politica di quest’uomo è avvenuta principalmente sul suolo del vecchi continente, qui entra in contatto con le idee della rivoluzione francese, qui conosce la figura di Napoleone ammirandolo come generale e detestandolo come despota, ma il viaggio forse più importante è quello nell’Italia divisa e controllata dalle potenze straniere. Proprio in Italia percepisce il grande fervore nazionalistico e la voglia di emanciparsi dal controllo esterno, è un paese in fermento e pieno di società segrete che tramano per ribaltare i governi stranieri. Quanto di quel fermento è anche presente in Venezuela! In questi anni, che vanno dal 1799 al 1807, Bolivar si sposa con una donna spagnola, ma la loro unione sarà breve a causa della prematura morte di lei per colpa della febbre gialla… questa perdita lo segnò per tutta la vita.

Pieno di nuovi entusiasmi rivoluzionari Bolivar rientrò in Venezuela nel 1807. Il momento è propizio poiché gli eventi europei hanno ripercussioni importantissime in terra americana, soprattutto la crisi della corona spagnola sfruttata abilmente da Napoleone per soggiogare momentaneamente il paese iberico alle volontà francesi. Con la corona in estrema difficoltà i sudditi delle colonie iniziano a vedere come realizzabile la prospettiva di un governo autonomo… rivolte si scatenano negli attuali Argentina, Bolivia e Perù. Qualcosa succede anche in Venezuela, ma i risultati non sono quelli sperati. La vera opportunità di indipendenza si realizza nel momento in cui gli Inglesi cominciano a strizzare l’occhio alle colonie spagnole facendo intuire che saranno ben lieti di aiutarle se vorranno liberasi dei loro padroni: in realtà è un buon modo di restituire alla Francia uno schiaffo morale dopo quanto accaduto durante la Guerra di Indipendenza Americana. Dopo alcune brevi azioni militari il 21 Dicembre 1811 viene così dichiarata la repubblica e viene adottata una costituzione simile a quella degli Stati Uniti. Ma la vita di questa entità statale è breve: alcune battaglie sfortunate contro gli Spagnoli e un tragico terremoto che inginocchia il paese portano alla fine della repubblica in meno di sei mesi. Bolivar viene esiliato e ripara a Cartagena, nell’attuale Colombia, dove si stanno preparando moti rivoluzionari contro gli Spagnoli… infatti Bolivar non perde tempo e si arruola subito nell’esercito locale distinguendosi nelle campagne militari contro i realisti e le truppe europee culminate con una grande vittoria all’inizio del 1813. A questo punto Bolivar vuole portare la rivoluzione vittoriosa anche nella sua terra natale e decide di condurre personalmente una invasione del Venezuela passando dall’impervio territorio andino (gli Spagnoli invece si aspettavano una invasione dal lato costiero, su un territorio più semplice da attraversare), riesce a calare vittorioso sui suoi nemici e dichiara la nascita della seconda repubblica del Venezuela, ma anche questa esperienza è destinata a durare poco, infatti già nel 1814 le truppe Spagnole lo sconfiggono e lo costringono alla fuga. Non c’è pace per il suo paese.

Il governo della Nuova Granada (in buona parte l’attuale Colombia, come abbiamo detto sopra) per cui ha combattuto in precedenza lo riconosce come capo ufficiale degli esuli venezuelani e lo aiuta nei suoi propositi di indipendenza, in cambio Bolivar conduce una campagna vittoriosa contro i realisti di Santa Fe (l’attuale Bogotà). In quegli anni il condottiero venezuelano gira per i Caraibi sotto protezione prima degli Inglesi e poi del libero governo di Haiti; inizia a pensare in grande e riprendendo tesi di altri prima di lui decide di dedicare la sua vita alla creazione di un grande stato del Sud America, una sorta di Stati Uniti del Sud America e per fare questo il primo passo deve essere la creazione di un grande stato costiero (la futura Grande Colombia). E’ un progetto ambizioso e Bolivar commette un imperdonabile errore: si circonda di uomini che vogliono combattere con lui per l’indipendenza, ma non seleziona unicamente quelli che sono d’accordo con la sua grande idea unitaria. Sono di nuovo battaglie dal 1816 al 1818. La situazione però sembra volgere al meglio.

E’ il 1819 l’anno cruciale per il Sud America, Bolivar insieme al neograndino Santander comincia la definitiva campagna di liberazione della Colombia, liberando una volta per tutte Santa Fe dal controllo spagnolo. Nel Dicembre del 1819 fonda la Grande Colombia di cui diventa primo presidente. La campagna di liberazione di Bolivar si conclude con la definitiva sconfitta spagnola nella battaglia navale di Maracaibo del 1823.  A questo punto Bolivar si incontra con un altro  de “libertadores” per definire la questione del Perù: Jose de San Martin. La campagna militare congiunta dei due condottieri porta alla totale liberazione del Perù ed alla nascita dello stato della Bolivia (che prende il suo nome proprio dal Venezuelano), di entrambe queste nazioni Bolivar sarà nominato presidente. Siamo al 1825.

Bolivar è stato bravo sul piano militare, ma ora l’aspetta la sfida politica. Ha l’occasione di trasformare in realtà la sua idea di un grande stato unitario del Sud America, ma non è preparato ad affrontare l’ostilità di una intera classe dirigente che sino al giorno prima l’ha osannato. Di fatto il panorama politico è estremamente frazionato e ogni nazione preferisce guardare nel proprio orticello piuttosto che condividere con gli altri un percorso di unione e di prosperità.  Si fa strada una proposta meno invasiva ad opera di Santader, egli vuole creare una federazione di stati indipendenti tra loro, ma Bolivar non è d’accordo, vuole uno stato unico e nel 1827 si proclama dittatore entrando in collisione con l’ex amico. Questa è la mossa che sancisce la fine del suo sogno. Una serie di congiure minano il suo potere accentratore e lo stesso Santander cerca di farlo uccidere. Il Perù si dichiara indipendente nel 1829 e l’anno dopo è il suo amato Venezuela ad abbandonarlo (Bolivar rimane comunque presidente sino al Maggio 1830).

Bolivar amareggiato e malato (tubercolosi) decide di tornare in Europa, sa di non essere presenza gradita in Venezuela e si fa aiutare da vicini con cui tanto a condiviso, i futuri Colombiani, creando però un clima di instabilità diplomatica tra le due nazioni. Bolivar giunge a Santa Marta con l’idea di partire da lì alla volta del vecchio continente, ma la malattia è più veloce di lui e lo fa morire il 17 Dicembre del 1830.

L’anno dopo la Grande Colombia si dissolveva definitivamente. Il Sud America restava diviso in tanti stati separati, spesso in lotta aperta tra loro, lasciando lo spiraglio aperto ad altre guerre ed altre tragedie.

Monumento a Bolivar e San Martin

Storia: Il Duca degli Abruzzi

Luigi Amedeo di Savoia-Aosta nasce nel 1873 con il titolo di Infante di Spagna, ossia di erede al trono spagnolo! Come? Un Savoia erede al trono di Spagna? Ebbene… la crisi della corona spagnola nel corso del ‘800 portò a diversi ribaltamenti politico-sociali (tra cui le note Guerre Carliste) favoriti anche dagli eventi europei legati particolarmente alla Rivoluzione Francese ed a Napoleone. In breve ci si ritrovò davanti ad un vuoto di potere negli anni successivi alla deposizione di Isabella II di Borbone, avvenuta nel 1868, per cui tra gli aspiranti futuri sovrani di Spagna si ritrovarono anche i Savoia che avevano diversi estimatori in terra iberica. Fu così che Amedeo I, figlio del re Vittorio Emanuele II, venne chiamato a governare la Spagna e divenne re il 4 Dicembre 1970. Suo figlio Luigi Amedeo venne alla luce il 29 Gennaio 1973… il 11 Febbraio dello stesso anno suo padre abdicava a causa dell’ingovernabilità del paese iberico (nasceva così la prima repubblica spagnola). Quindi Luigi Amedeo rimase Infante di Spagna per appena due settimane!

Luigi Amedeo viene instradato alla carriera militare sin dalla più tenera età ed all’età di 6 anni e mezzo viene arruolato come mozzo nella Regia Marina. Il ragazzo è però un grande amante della montagna e quando è in vacanza si dedica alla pratica dell’alpinismo. Prosegue con profitto la carriera nella Regia Marina e nel 1889, col grado di guardiamarina, si imbarca sul brigantino Amerigo Vespucci per effettuare la sua prima navigazione intorno al mondo, ritornando nel 1891. Mentre è in mare muore suo padre ed il ragazzo viene nominato, dal re Umberto I, Duca degli Abruzzi!

Tra il 1892 e il 1894 inizia a cimentarsi in serie imprese di alpinismo sul Gran Paradiso, sul Monte Rosa, sul Monte Bianco e nell’Agosto del 1894 scala con successo il Cervino insieme al britannico Mummery, questa impresa attirerà l’attenzione internazionale e permetterà al giovane Duca di entrare nel Club Alpino Britannico. Luigi Amedeo è in ogni caso un uomo della Regia Marina e in quegli stessi anni e nel 1893 viene inviato in Somalia a presidiare il porto di Mogadiscio durante una rivolta. Il contatto con la Somalia lo segna nel profondo, si innamora immediatamente di quella terra sentendola come la sua vera casa. Nel novembre del 1984 inizia la sua prima circumnavigazione del globo per una missione diplomatica (insieme al collega ed amico Umberto Cagni) nel corso della quale visiterà la British Columbia e l’India, qui si spingerà sino alle basi dell’Himalaya! Rientrato in Italia nel 1897 si può dedicare di nuovo all’alpinismo.

E’ il 1 Agosto 1897. Siamo sul Monte Saint Elias nello Yukon in Alaska. Il Duca degli Abruzzi è il primo uomo a raggiungere la vetta di questa montagna, insieme a lui ci sono altri Italiani tra cui Umberto Cagni. Gli Americani replicheranno questa impresa solo nel 1946. Ormai Luigi Amedeo è famoso in tutto il mondo per le sue grandi doti di alpinismo e nel 1898 si cimenta in imprese europee principalmente in Francia sul Grandes Jorasses e sul Aiguille Verte. Tra il 1899 e il 1900 partecipa ad una spedizione italiana al Polo Nord e poi per la Regia Marina circumnaviga per la seconda volta il globo questa volta fermandosi a Tientsin e Singapore.

Trascorsi alcuni anni, siamo nel 1906, Luigi Amedeo decide che è ora di dedicarsi alla scalate di vette in altri continenti e per questo si reca in Africa (nell’attuale Uganda) ed esplora le principali vette del Ruwenzori legando il suo nome anche a questa memorabile impresa di esplorazione. Cima Margherita a quota 5.109 mt è la terza cima più alta dell’Africa e deve il suo nome proprio alla nostra regina. Nel 1909 invece è la volta del continente asiatico e si dedica al gruppo montuoso del Karakorum nel tentativo di avvicinarsi alla vetta del K2, qui il Duca scoprì una buona via di salita sul versante est che è ancora oggi la più utilizzata e a 5.400 si trova lo Sperone Abruzzi, punto ideale in cui piazzare i campi base per le spedizioni in salita.

Luigi Amedeo ricopre poi un ruolo di grande importanza durante la Prima Guerra Mondiale come comandante in capo delle Forze Navali Riunite, gestendo la fuga dei profughi serbi durante le avanzate Austro-ungariche. Entra presto in contrasto con le altre potenze alleate perché vogliono gestire le forze navali italiane come unità prettamente difensive, mentre lui propenderebbe per un utilizzo maggiormente offensivo. Il risultato? Viene rimosso dall’incarico (alla stampa si dirà che è per motivi di salute) pur ricevendo nel 1918 la nomina (beffa) ad Ammiraglio. Nei primi anni ’20 il Duca intrattiene una storia d’amore con la ricca americana Katherine Elkins, ma non gli verrà data l’autorizzazione a sposarla da parte di Vittorio Emanuele III. Qualcosa dentro l’animo di Luigi Amedeo si smuove e decide quindi di tornare in quel paese dove anni prima si era sentito così a suo agio: la Somalia.

In Somalia si dedica alla bonifica di un’ampia area da adibire all’agricoltura lungo il corso del fiume Uebi Scebeli (del quale scoprirà le sorgenti nel 1928). Si guadagna il rispetto e l’affetto della popolazione locale con la quale si trova estremamente a suo agio (forse ebbe una relazione con una principessa locale).

Il Duca muore il 18 Marzo 1933 a Giohar (allora ribattezzata Villabruzzi) e viene lì seppellito per sua espressa volontà. Questa città è stata anche in anni recenti teatro di scontri nell’ambito dei disordini politico-religiosi della Somalia, tanto che nel 1992 si tentò un recupero dei resti del Duca per paura che la sua tomba venisse profanata, ma fu proprio la popolazione locale ad opporsi essendo ancora molto legata al ricordo di un uomo che si era speso moltissimo per migliorare le condizioni di vita in quell’area. La tomba di Luigi Amedeo resta quindi in Somalia. Nella sua vera casa.

Storia: Honduras, qualche cenno interessante

Tegucigalpa! Riuscite a ripeterlo tre volte di seguito senza impappinarvi? Io neppure una volta sola ad essere sinceri. Questa città dal nome così esotico si trova nel bel mezzo dell’America Centrale ed è la capitale dello stato del Honduras. Il nome di questa città è di chiara derivazione indigena e pare voglia dire “colline d’argento”, anche se vi è un ampio dibattito su questa definizione dal momento che gli abitanti della zona non conoscevano la reale ricchezza del sito, furono gli Spagnoli ad accorgersene e ad approfittarne. La città venne fondata il 29 Settembre del 1578, praticante 442 anni fa, da dei coloni iberici, ma vi era già presente un insediamento indigeno. Storicamente l’Honduras è la patria originaria del popolo Maya, spostatosi poi più a nord in Messico e Guatemala! Venne esplorata sia da Colombo che da Vespucci. Ad ogni modo gli Spagnoli ne presero completo possesso nel 1537 e il loro dominio sulla regione durò sino al 1821.

La storia del ‘900 di paesi come questo è costellata da un susseguirsi di dittature, colpi di stato ed ingerenze statunitensi. L’influenza delle multinazionali della frutta sul piccolo paese e sui suoi politici raggiunse il picco nel 1974 quando venne coniato per la prima volta l’espressione “repubblica delle banane” proprio per riferirsi al piccolo stato. Nel 1982 la situazione politica del paese prese lentamente la strada della pacificazione e della democrazia, anche se nel 2009 ci fu un colpo di stato che per quattro mesi riportò il paese nel caos.

Nel piccolo stato la popolazione è prevalentemente di origine meticcia (90%), ma non mancano gli immigrati asiatici soprattutto cinesi (ormai sono ovunque) e diverse famiglie palestinesi di religione cristiana attive nell’imprenditoria e denominate “turcos” in tono evidentemente dispregiativo.

Purtroppo questo piccolo paese è considerato uno dei più pericolosi di tutta l’area centro-americana, con uno dei tassi d’omicidio volontario più alto del mondo. E di certo la sua economia non aiuta a migliorare la qualità della vita della popolazione dal momento che si tratta quasi principalmente di piantagioni in mano a multinazionali straniere. Non vengono neppure sfruttate le risorse del sottosuolo e la corruzione è una piaga evidente nel sistema del Honduras. Chiaramente buona parte delle importazione e delle esportazioni sono targate Stati Uniti.

Un altro paese povero che stenta a trovare la sua prosperità. Com’è che gli sfruttatori sono sempre gli stessi?

Storia: Grande Colombia

Quando si parla di Grande Colombia non si sta parlando della nazionale di calcio in cui militava Carlos Valderrama, bensì di una entità statale esistita tra il 1819 e il 1831 comprendente i territori attuali di Colombia, Venezuela, Ecuador e Panama, nonché alcune porzioni di Brasile, Costa Rica e Guyana. Nacque dalla necessità delle colonie del Sud America di rendersi indipendenti totalmente dalla Spagna, ma dato che alcuni tentativi in piccolo erano già falliti in precedenza Simon Bolivar pensò che l’unica via percorribile fosse quella di creare uno stato grande e forte da opporre alle spinte imperialiste. Partendo dall’isola di Margarita egli riuscì nel giro di tre anni a liberare parte di quello che sulla carta doveva essere il nuovo stato sovrano e il resto riuscì a liberarlo negli anni successivi, tanto che nel 1821 si poté procedere all’effettiva nascita tramite costituzione. Per capitale venne scelta Bogotà e come presidente fu nominato Simon Bolivar.

Fu un’esperienza di breve durata quella della Grande Colombia, perché una volta sconfitto il comune nemico iniziarono a farsi strada le spinte federaliste all’interno dello stato. La Grande Colombia contribuì anche alla liberazione del Perù e della Bolivia, ma questi due paesi decisero di non aderire al grande stato sudamericano sognato da Bolivar. Questi demoralizzato nel 1830 si dimise dalla carica di presidente e la sua creazione non durò neppure un anno senza la sua guida. Nel 1831 nacquero così il Venezuela e l’Ecuador, come stato unitario rimase la Repubblica della Nuova Granada comprendente Colombia e Panama (che sarebbe diventata indipendente solo nel 1903).

Storia: Pedro de Heredia

La vita è strana, spesso essa diventa un intreccio di situazioni inaspettate che ci porta laddove non avremmo mai pensato di andare… portandoci ad eccellere o a fallire con la medesima facilità. Un uomo scaltro e furbo si fa spesso dei nemici, oggi come nel passato, e quando un uomo ha dei nemici è sempre in pericolo. Un giovane uomo di nome Pedro de Heredia aveva molti nemici e quando alcuni di questi lo aggredirono fisicamente (subì la frattura del naso) decise di vendicarsi violentemente… andando decisamente oltre uccidendo tre dei suoi aggressori. Le autorità del suo paese, la Spagna, cercarono di arrestarlo e così lui fece l’unica cosa possibile a quei tempi: scappò nelle Americhe, passando dall’isola di Hispaniola per arrivare infine a Santa Marta, nell’odierna Colombia.

Statua di Pedro de Heredia a Cartagena

Nelle Americhe Pedro si arricchì molto, ingannando gli indigeni scambiando con loro oggetti di poco valore con moltissimo oro. Tornato in Spagna coperto di ricchezza riuscì a farsi nominare governatore dell’estuario del Rio Magdalena, con il permesso di fondare una città. Non male per uno che era dovuto fuggire braccato dalla legge… Nel 1532 Pedro tornò nelle Americhe ed individuò il luogo più idoneo per fondare la sua città e fu così che nella baia di Calamar venne fondata Cartagena de Indias, il porto più importante della moderna Colombia.

Nella spasmodica ricerca di ricchezze Pedro attaccò diverse popolazione indigene, come i pacifici Sinù e si diresse all’interno dell’attuale dipartimento di Antioquia (la regione di Medellin) per trovare delle miniere d’oro… ma invano. Il suo comportamento crudele e violento gli valsero un’accusa ufficiale di torture ed assassinio, ma venne perdonato dal Re al suo rientro in Spagna.

Tornato a Cartagena Pedro riprese la sua politica aggressiva nei confronti degli indigeni… di nuovo venne accusato (con ben 289 capi d’imputazione) e venne incarcerato per essere processato. Riuscì a scappare e si imbarcò su una nave diretta in Spagna, con l’idea di appellarsi di nuovo alla clemenza del re. Questa volta non ebbe fortuna, in quanto la nave su cui era imbarcato fece naufragio vicino alle coste spagnole, a Tarifa, e lui annegò… pagando infine le sue colpe. Era il 1554.

Cartagena oggi

Film: Aguirre, furore di Dio (1972, Werner Herzog)

Completamente fuori dal mondo e dalla ragione, immagino che si dovessero sentire così gli Europei che per primi si inoltrarono nel selvaggio mondo americano durante le grandi esplorazioni. Ed è così che ce li racconta anche Herzog in quest’ opera semplice e lineare, dove la fa da padrona l’alienazione dell’uomo “civilizzato” inserito in un contesto ancora vergine e crudelmente bello.

La storia narra di un gruppo di conquistadores al seguito del fratello di Pizarro che discendono il Rio delle Amazzoni guidati appunto da Lope de Aguirre (di origine basca), il loro viaggio alla ricerca di cibo e della posizione di El Dorado diventa presto un dramma umano e della coscienza che porterà il protagonista ad un delirio di onnipotenza sempre maggiore. Chiaramente fa da sfondo a tutto questo il difficile rapporto coi compagni di viaggio, che degenererà spesso in violenza, così come il rapporto con gli indigeni locali (che nel film non si vedono mai, ma che agiscono e uccidono all’improvviso), il tutto condito con un paesaggio ostile dove lo scudo della Bibbia fallisce costantemente le sue aspettative.

Chiaramente il ruolo principale di questo film non poteva che essere interpretato da un eccelso Klaus Kinski, calato perfettamente nella parte dell’uomo accecato dalla propria supposta onnipotenza che arriva appunto ad affermare di essere “il furore di Dio”, mentre il realtà tutto intorno a lui lo portando verso una misera fine. Indubbiamente un film su dei veri pionieri…

“Vi ricordate di Hernando Cortez? Ricevette l’ordine di ripiegare quando stava per raggiungere il Messico. Ma lui continuò la sua marcia!” (Lope de Aguirre)

Sehnsucht: Hispaniola

Hispaniola è una delle Grandi Antille nel Mar dei Caraibi, famosa ai giorni nostri per essere divisa in due tra le nazioni di Haiti e di Santo Domingo. In questa isola  Cristoforo Colombo fondò il primo insediamento europeo sul nuovo continente  chiamato La Navidad in quanto fondata il giorno di Natale del 1492, questo primo nucleo abitativo venne però distrutto dagli abitanti dell’ isola una popolazione nota col nome di Taino.

Si stima che i Taino all’arrivo degli Europei fossero quasi 250.000, mentre già nel 1508 erano scesi a 60.000 unità sino a diventare poco più che 600 nel 1531 a causa dello sfruttamento e delle malattie arrivate dall’Europa. La scomparsa di questa popolazione come forza lavoro diede il via alla tratta degli schiavi dall’Africa sino all’isola, abitata tutt’ora per lo più dai discendenti degli schiavi.

Hisponiola fu in parte colonizzata dagli Spagnoli (la parte est) e in buona parte dai Francesi (la parte ovest, l’odierna Haiti  che i colonizzatori chiamavano Saint Domingue), questo perchè gli iberici preferirono impegnarsi maggiormente nella conquista del continente vero e proprio piuttosto che nelle isole dei Caraibi, nonostante a due passi ci fosse la maggiore della Grandi Antille, ossia Cuba. Sotto il controllo francese l’isola ebbe un grande sviluppo economico, dovuto verosimilmente allo sfruttamento indiscriminato degli schiavi, più che a meriti economici veri e propri. Nei primi anni del ‘800 quando le due odierne nazioni si resero indipendenti furono gli Haitiani ad avere il maggior controllo sull’isola, conquistando e governando anche i vicini per oltre vent’anni. Ad oggi Haiti risulta essere suo malgrado uno dei paesi meno sviluppati al mondo e il terremoto del 2010 non ha certo migliorato la situazione, mentre Santo Domingo resta una delle mete turistiche più gettonate.

Statua di Colombo a Santo Domingo

Sehnsucht: Curaçao

Curaçao è un’ isola al largo delle coste del Venezuela, ma non appartiene allo stato sudamericano bensì è ancora oggi una dipendenza dell’Olanda. Tra l’altro sino ad un anno e mezzo fa faceva parte della dipendenza conosciuta come Antille Olandesi, oggi scorporata in tre dipendenze differenti. Ma cosa ci fanno dei possedimenti olandesi al largo del Venezuela?

Presto detto: gli Olandesi arrivarono sull’isola nel 1634 e vi fondarono l’attuale capitale Willemstad, i nuovi coloni non vi trovarono tribù ostili ad accoglierli poiché gli spagnoli avevano già provveduto alla fine del ‘400 a sterminarvi i nativi, ma non vi avevano costruito città poiché in tutta l’ isola non si trovavano minerali interessanti. Gli Olandesi però ne fecero un centro economico di primaria importanza per la tratta degli schiavi, da lì infatti venivano smistati gli schiavi destinati alla maggior parte dei Caraibi e del Sud America.

La controversa prosperità dell’ isola durò sino a che l’ Olanda non abolì la schiavitù nel 1863 (siamo nel pieno della Guerra di Secessione Americana e solo due anni dopo l’ unità d’Italia, tanto per capirci), da quel momento ci fu una fase di stallo sino al periodo della Grande Guerra quando in quelle zone venne scoperto il petrolio.

Willemstad

Curiosità: a pochi km dall’isola si trova un piccolo isolotto disabitato chiamato “Piccola Curaçao” che fu concessa per breve tempo dagli Olandesi ai Tedeschi in un tentativo di quest’ ultimi di penetrare a livello coloniale nella zona dei Caraibi, essendo anche l’Impero Tedesco nato da poco come il Regno d’Italia la possibilità per questi due paesi di trovare terre da colonizzare era assai scarsa. Il tentativo comunque si risolse con un insuccesso poiché Inglesi e Francesi fecero di tutto per impedire una penetrazione tedesca potenzialmente lesiva dei loro interessi commerciali.

Storia: I fratelli de Witt

L’Olanda è un paese che ha alle spalle una grande storia come potenza marittima, sia commerciale che militare, nei momenti di massimo sviluppo non poteva certamente competere con gli altri paesi europei per quello che riguardava le truppe terrestri (ben armate, ma di esiguo numero), ma aveva una flotta che sapeva incutere timore anche alla famigerata flotta di Sua Maestà Britannica. L’Olanda che si espandeva via mare nei Caraibi, sulle coste africane e nel remoto oriente non era una monarchia ed era ufficialmente conosciuta col nome di Repubblica delle Sette Province Unite e i suoi territori comprendevano anche larghe fette del Belgio. La forte espansione olandese andava scontrandosi con le mire coloniali degli altri paesi europei, inoltre la sua integrità territoriale era minacciata sia dalla Spagna (che controllava i restanti territori del Belgio) che dalla Francia. In realtà la storia dell’intera area prima del 1600 è alquanto complicata: di fatto il controllo dei territori in origine era del Sacro Romano Impero, passando poi nel 1556 alla Spagna ed emancipandosi infine nel 1609 dopo una lunga guerra di indipendenza.

All’interno della Repubblica erano diverse le famiglie potenti che si muovevano nel complesso scacchiere politico, una delle famiglie più importanti era sicuramente la famiglia Orange-Nassau. Un membro illustre di questa casa (e che c’entra con la storia che stiamo per raccontare) fu Guglielmo III, principe d’Orange, conte di Nassau e Barone di Breda… futuro re d’Inghilterra. La famiglia Orange-Nassau in origine doveva diventare la casa regnante delle Sette Province, ma non essendo giunti ad un accordo soddisfacente si era preferito dare al paese un assetto repubblicano, gli Orange comunque dominavano la vita politica. Da Dordrecht veniva un’altra grande famiglia importante: i de Witt. I due membri più conosciuti di questa famiglia furono i fratelli Johan e Cornelis.

Johan de Witt

Johan de Witt aveva fatto una brillante carriere politica e militare. Sosteneva la fazione politica contraria agli Orange e manteneva posizione in politica estera di tipo francofilo. Johan raggiunse anche il massimo grado della politica olandese di quei tempi diventando Gran Pensionario d’Olanda, durante gli anni in cui ricoprì quella carica fece aumentare notevolmente le forze navali ed impose alle Province un laborioso programma di fortificazioni di terra (che però non venne attuato in maniera accurata da tutte le Province, come ad esempio Utrecht). Cornelis de Witt ricopriva il ruolo di borgomastro di Dordrecht e si era distinto in guerra con la flotta olandese. Era un uomo di giustizia, ma non poteva sapere che proprio a causa di questa sarebbe giunto alla morte.

Nel 1672 la Francia e l’Inghilterra dichiararono congiuntamente guerra alle Province. Le truppe francesi approfittarono delle scarse fortificazioni del territorio olandese per giungere ad assediare (la colpevole) Utrecht. A difendere strenuamente la patria in quel momento di difficoltà era proprio il giovane Guglielmo III d’Orange la cui popolarità era in ascesa. La sua fazione politica decise quindi di sferrare un colpo deciso per far pendere il potere in favore della casa Orange-Nassau. In quest’ottica Johan venne deposto dalla carica di Gran Pensionario e per poco non scampò ad un attentato. Il piano degli orangisti era riuscito solo in parte, con de Witt ancora vivo potevano esserci delle complicazioni in futuro, bisognava sfruttare il momento di impopolarità dovuta all’attinenza francofila del deposto uomo politico. Ma come fare? La soluzione arrivò osservando l’operato del fratello di Johan.

Cornelis de Witt

Un tale Tichaeler, di professione medico, era stato condannato pubblicamente per stupro da Cornelis de Witt, la condanna non prevedeva il carcere bensì una pubblica ammenda. Questa condanna aveva incollerito il Tichaeler che si era messo a meditare vendetta. Gli orangisti gli diedero modo di saziare la sua sete di vendetta. Lo inviarono a casa di Cornelis con la scusa di un semplice colloquio chiarificatore, il medico si trattenne con il de Witt solo per quindici minuti. Tra l’altro la storiografia riporta che ci volle un bel pò prima che Cornelis rispondesse favorevolmente alla richiesta d’incontro di Tichaeler. All’incontro comunque assistettero un domestico e il figlio del borgomastro.

Uscito dal colloquio il medico si recò dal borgomastro di Albrantswaart e dichiarò che Cornelis aveva cercato di convincerlo ad assassinare il principe Guglielmo III d’Orange. L’accusa era estremamente grave e in breve il de Witt venne arrestato e condotto a L’Aia per essere giudicato. In realtà non vi erano prove di una tentata cospirazione e furono molti gli uomini di spicco che si mossero in difesa di Cornelis, primo tra tutti suo fratello Johan. La politica però stava già facendo il suo corso e al de Witt vennero tolte tutte le cariche, ma gli venne salvata la vita. Gli orangisti ancora una volta erano soddisfatti a metà. Si presentò però un’occasione d’oro.

Johan de Witt si recò a L’Aia per portare suo fratello a casa dopo la condanna. Qui il Tichaeler aizzò la folla contro i due presunti traditori della patria e marciò sulla prigione dove i due fratelli si stavano incontrando. A questo punto il disegno degli uomini vicini a Guglielmo III si realizzò. La folla inferocita assaltò la prigione e lincio barbaramente i due fratelli. I corpi vennero orrendamente sfigurati e sventrati, cronache dell’epoca raccontano di cittadini che mangiano le interiora e i genitali dei due fratelli. Infine i corpi straziati vennero appesi per i piedi ad un palo. Ora gli orangisti avevano raggiunto il loro scopo e i de Witt non avrebbero più intralciato la politica della fazione Orange-Nassau. Guglielmo III aveva la facciata immacolata dal momento che ad eseguire l’omicidio dei due era stato il popolo e non dei sicari.

La fine dei de Witt

Sehnsucht: Isola di Tortuga

Chi non ha mai sentito nominare almeno una volta Tortuga? Chi non ha mai visto un film sui pirati o letto un libro a riguardo? Difficile non essersi mai imbattuti in questo nome, quasi impossibile. Tortuga è una piccola a isola a Nord dell’isola di Hispaniola ed attualmente fa parte dello sfortunato stato di Haiti.

Tortuga17thcentury
Tortuga nel 17esimo Secolo

Nasce come colonia spagnola nel 1629, ma gli iberici non si occuparono mai seriamente dell’isola che finì ripetutamente per essere occupata dagli Inglesi e dai Francesi i quali, oltre ad ampliarne gli insediamenti e sfruttarne (con esito incerto) le piantagioni, permisero ai filibustieri di farne una base operativa permanete. Da qui la fama di Tortuga come isola dei pirati. Nel 1640 nascono i celebri “fratelli della costa” in qualità di gruppo pirata appartenente a Tortuga e l’isola andò sempre di più a ricadere sotto l’influenza coloniale francese. Sappiamo che questo periodo di larga autonomia dei filibustieri sull’isola non durò molto a lungo in quanto già alla fine del secolo l’avventura dei pirati caraibici stava giungendo al termine a causa degli accordi sempre più stretti tra le varie nazioni interessate a mantenere un controllo pacifico e fruttuoso di quella parte di pianeta.

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L’epopea pirata fece posto al commercio del legno e della canna da zucchero, ma non si arrivò mai ad un vero sfruttamento intensivo, tanto che l’isola non fu mai densamente popolata di schiavi come accadeva invece in altre zone limitrofe. Del resto anche il dominio francese non durò nel tempo e con la guerra di indipendenza di Haiti anche Tortuga si affrancò dall’occupazione coloniale: era il 1804.