Underpass: The Call Up (The Clash, 1980)

Novembre 1980. Settembre 2000. Luglio 2020. Ribalza tutto di vent’anni in vent’anni, come una pallina rimbalzina di quelle con un giocavamo da bimbi negli anni ’80… maledette palline fetenti, meriterebbero un capitolo a parte.

Settembre 2000, l’estate è finita e la scuola è ricominciata, il cielo azzurro fa sempre più spazio a cielo grigio… infinito cielo grigio, una massa omogenea che ha accompagnato, da settembre ad aprile, quasi ogni giorno della mia vita emiliana. E non lo dico in tono dispregiativo. Quel cielo grigio sopra Bologna, sopra le colline della provincia, sopra i campi della bassa, ha un sapore unico e romantico. Sapore di casa. Il cielo della propria terra è un qualcosa di cui ci si può sempre fidare, qualcosa di assodato, di appreso e fatto proprio… qualcosa che riconosceresti al primo colpo guardando una fotografia di mille cieli diversi. E’ come il profumo di legna bruciata che pervade l’aria di collina nelle giornate autunnali. Sa di buono, fa venir fame e scalda il cuore anche a distanza. Ti fa venire voglia di stare davanti ad un camino, con un bicchiere di vino e un po’ di pane col salame. Amen.

Settembre 2000. Mi ostino a presentarmi davanti a scuola alle 7.30, prima ancora che arrivino i bidelli. E’ una cosa alquanto stupida, ma è il mio marchio di fabbrica… mio e di qualche altro amico mattiniero. Non è fretta di andare di entrare a scuola, anche perché le fughe erano frequenti in ogni stagione, bensì è fretta di vivere… la fretta di vivere ogni attimo in totale assolutismo. C’è un mondo da scoprire là fuori e non ha senso dormire troppo e perderne dei pezzi. Si dorme poche ore a notte, i sogni si vivono ancora nella vita di tutti i giorni. Una bella differenza col Luglio 2020, dove i sogni sono l’unico rifugio rimasto nella propria esistenza… dove l’unica fretta è quella di tornare a dormire.

Settembre 2000. Sono appoggiato al muretto accanto al cancello della scuola, ho gli auricolari nelle orecchie (come sempre allora) e sto ascoltando un cd che mi ha prestato un amico: The Singles dei The Clash, uscito nel 1991. Non è il punk a cui sono abituato, è meno graffiante e violento, troppo orecchiabile e ballabile. Però tra tutte quelle canzoni ce n’è una che si intona perfettamente col cielo grigio sopra alla mia testa: The Call Up.

Novembre 1980. Non sono ancora nato, mancano due anni ancora a dire il vero, quindi non è un tempo poi così lungo, no? The Call Up esce come primo singolo dell’album Sandinista! … un album che di sonorità punk aveva davvero ben poco e che all’epoca lasciò delusi molti fan.

Settembre 2000. Quella canzone con quasi vent’anni d’età non suona per niente vecchia. E’ moderna, attuale e in qualche modo cerca di avvisarmi sul futuro più che sul presente… ma ancora non lo posso capire perché i problemi del mondo degli adulti mi sembrano ancora così lontani. La ascolto tutta, poi la rimetto da capo e ancora e ancora e ancora… guardando il cielo e fumando un paio di sigarette. C’è qualcosa che non mi convince, come se mancasse qualcosa per rendere l’atmosfera perfetta: la pioggia! Comincia a piovere e neanche me ne accorgo perché sono troppo preso dalla canzone. Vedo il  vapore che sia alza dal terreno mentre la pioggia continua a cadere, vedo altri studenti che si riparano come posso. Io resto lì in un angolo a gustarmi tutta l’acqua possibile, senza preoccuparmi di nulla, se non di non far bagnare le sigarette. E’ un’immagine indelebile che mi resta impressa nella mente e che mi appare ogni volta che mi capita di sentire quella canzone. Ancora non lo sapevo, ma tante cose sarebbero cambiate di lì a poco, con la maggiore età… il cielo grigio si sarebbe colorato sempre un po’ più di nero negli anni, sino quasi a togliere il respiro, ma era un cielo mentale, non un cielo reale.

Luglio 2020. Era vent’anni fa, anzi era quarantanni fa. E in fondo è anche oggi a ben pensarci, sono le stesse note che risuonano nonostante stia guardando un cielo azzurro di una città più calda. Solo che nella mia testa il cielo si è fermato ad allora: quel cielo grigio con quella pioggia che mi bagnava la testa. E se adesso esco, accendo una sigaretta e chiudo gli occhi potrei risvegliarmi esattamente in quel punto, lontano da tutto quello che ancora non conoscevo e di cui avrei volentieri fatto a meno.

Sturm und Drang: hai una gomma da masticare?

“Hai una gomma da masticare?”

Una luce soffusa illumina il terrazzino quel poco che basta per vedere i nostri visi.

“Ehi? Hai una gomma da masticare oppure no?”

Michael mi guarda con aria enigmatica, continua a fumare la sua sigaretta e mi guarda.
“No, non ce l’ho!” gli rispondo sorridendo.

“E tu ce l’hai un gomma da masticare?” chiede al tizio alla mia sinistra, che poi è la sua destra… non mi ero neppure accorto che fossimo in tre.

“No. Che cavolo ce ne facciamo di gomme da masticare? Stiamo fumando. E’ buio e siamo su un terrazzo in mezzo al nulla.” Danny pare contrariato.

“Ragazzi calmi… stiamo solo fumando una sigaretta tra amici.” cerco di calmare gli animi.
“Che cazzo, ma io la volevo una gomma da masticare.” insiste Michael.

Dal buio un ombra ci porge un vassoio. Si distingue solo un braccio e la mano e il vassoio. Niente altro. Niente corpo. Niente viso. Niente voce. Solo un pacchetto di gomme da masticare sul vassoio.
“Ragazzi… vi ho mai spiegato l’importanza delle gomme da masticare?” chiede Michael.
“Ecco che ricomincia.” sbuffa Danny.
“Si Michael ce l’hai raccontata mille volte!” ridacchio io.

MI SVEGLIO… MICHAEL IO STA STORIA NON L’HO MAI SENTITA…

CHIAMAMI E RACCONTAMELA.

Sturm und Drang: Badanti e immobili

Ci sono luoghi ricorrenti nei sogni, posti riconoscibili da alcuni dettagli oppure che ci danno la piena consapevolezza di starci in mezzo. Io ho una città, una città senza un nome, enorme, con tanti quartieri diversi e tanti luoghi diversi. Assomiglia a tante città tutte insieme: ci sono luoghi di Bologna, di Roma, di Praga, di Milano, di Torino, ecc… e poi tanti altri sconosciuti, ma presenti nella mia mente. Non ha un nome ed è catalogata semplicemente come “la città”. L’aspetto curioso di questa città è la sua collocazione geografica, infatti è vicina al mare, alle montagne, alla pianura, ai boschi, alla campagna… oh, non manca nulla.

In questa città si trova un simpatico quartiere in stile liberty. E’ composto sia da palazzine che da piccole villette, i vialetti sono tutti belli alberati e spaziosi, ma soprattutto non ci sono quasi mai delle macchine in giro. Un vero paradiso. Ma chi ci abita? Ricconi? Artisti fantasiosi? Nononononono… solo anziani. Un intero quartiere abitato solo da pensionati, la maggior parte dei quali accompagnati da badanti provenienti dall’Est Europa.

Ed è così che tutto comincia: dalle badanti. Mi trovo ad un incrocio proprio nel mezzo del quartiere. Sono al telefono con una badante che mi dice di aver trovato la persona che stavo cercando da tanto tempo (?) e mi invita a recarmi il prima possibile nella casa dove presta servizio. Nel corso di questa telefonata intuisco che sono a capo di una società che ha il compito di trovare badanti agli anziani, una sorta di società di intermediazione. Chiudo la telefonata e mi metto in marcia. E qui comincio a scoprire altri dettagli: non intermedio solo in badanti, ma anche in immobili. Sono una specie di doppio agente dal fare ambiguo. L’equazione diventa molto semplice: anziano con casa che necessita di badante, io gliela procuro, quando lui morirà lei mi avvertirà ed io intermedierò la vendita della casa ad un altro anziano. Un circolo perfetto ed infinito… un piano diabolico. Ma una cosa resta oscura: perché sto cercando quell’anziano in particolare?

Arrivo a destinazione e la badante (una signora Ucraina con cui effettivamente ho avuto a che fare in passato) mi accoglie tutta circospetta, come se temesse di essere spiata da qualcuno. Mi fa accomodare in cucina e mi spiega che nella casa accanto a quella abita l’uomo che stavo cercando. Ma c’è qualcosa di ancora più sensazionale: da quella cucina esiste una piccola porta nascosta che porta in casa di quell’anziano! Senza pensarci due volte vi entro e come se nulla fosse mi metto a cercare l’anziano insieme alla badante. Lo troviamo. E qui il mistero si infittisce perché non ci rivolgiamo una parola per tantissimi minuti, io mi limito a girare per la sua casa cercando di cogliere dei particolari importanti: sto cercando qualcosa, ma non so bene neanche io cosa. Poi improvvisamente mi accorgo che l’anziano guarda con insistenza al di fuori della finestra, sta fissando un punto del giardino in particolare. Capisco che è una siepe vicino al cancello d’entrata del palazzo, ma faccio finta di nulla per non allarmarlo. Faccio un cenno alla badante e ce ne usciamo dalla porta d’ingresso della casa, non usiamo più quella segreta nella cucina.

Mi reco con decisione nel cortile! Vado nel punto che osservava l’anziano e mi sento vicino alla meta.

So che lui mi sta guardando dalla finestra. Ma non mi interessa.

Allungo la mano sotto il cespuglio ed ecco che lo trovo.

Un accendino.

Ora guardo l’anziano con la coda dell’occhio: è rassegnato. Prendo una sigaretta da un pacchetto che ho nella giacca e l’accendo usando quell’accendino. Apro il cancello e me ne vado via. Ho trovato quello che stavo cercando.