Sehnsucht: Il Capo di Buona Speranza

In tutti i continenti esistono luoghi in grado di esemplificare, maggiormente di altri, la storia dell’intero continente di appartenenza, si tratta di luoghi dove la storia ha lasciato un segno indelebile, scritto e riscritto più volte. Se pensiamo al continente africano uno di questi luoghi non può che essere il Capo di Buona Speranza. Si tratta dell’estremità meridionale della penisola del Capo, nell’odierno Sudafrica, ma non è, come molti erroneamente credono, il punto più a sud dell’Africa (il quale è Capo Agulhas). E’ comunque il punto di incontro delle acque dell’Oceano Atlantico con quelle dell’Oceano Indiano e per questo motivo è una zona molto difficile in cui navigare. La zona era già popolata nel 200.000 a.C. e più popolazioni africane la occuparono prima dell’arrivo degli Europei, come ad esempio i Khoikhoi e i San che si unirono poi dando origine ai Khoisan. Pare che vi siano giunti anche i Fenici, ma non è ancora certo al 100%.

Quel che è certo è che ad un certo punto vi arrivarono gli Europei. I primi furono i Portoghesi, pionieri dei mari nel tentativo di cercare vie sempre più rapide per le Indie, nel 1487 con Bartolomeu Dias, il quale venne travolto da delle tempeste mentre passava da lì e per questo chiamò il luogo Cabo das Tormentas (Capo delle Tempeste). Il nome attuale si deve al re Giovanni II del Portogallo che voleva trasmettere la positività legata alle prospettive commerciali che nascevano dalla sua scoperta. Il primo a doppiare il Capo e a giungere fino alle Indie fu Vasco da Gama nel 1497. I Portoghesi non costruirono mai degli insediamenti nella zona perché consideravano queste acque troppo pericolose, si spinsero dunque in Mozambico per creare gli scali marittimi. Furono invece gli Olandesi i primi ad insediarsi qui, creando un primo scalo nel 1652… Kaapstad fu il primo nucleo della moderna Città del Capo. Nel 1687 il governo Olandese mandò nella Colonia, dove nel frattempo si era stabilita una pacifica convivenza con gli autoctoni, un gruppo di rifugiati Ugonotti della Francia, questi coloni vennero chiamati Boeri.

L’Olanda nel corso dei secoli divenne sempre meno competitiva sui mari e l’Inghilterra cominciò ad interessarsi alla zona del Capo. Nel 1814 la colonia venne ceduta a titolo definitivo alla corona britannica, nasceva la Colonia del Capo (Cape Colony). L’amministrazione britannica si trovò da subito in contrasto con i Boeri, soprattutto a causa dell’eliminazione della schiavitù dalla colonia. Gli Inglesi attuarono una politica molto più invasiva ed aggressiva verso le tribù locali, principalmente per prendere possesso dei pascoli migliori e soprattutto per controllare le miniere d’oro e di diamanti. Numerose furono le guerre contro i popoli Xhosa e Zulu. Famoso Primo Ministro della Colonia del Capo (dal 1890 al 1896) fu il magnate dell’estrazione mineraria Cecil Rhodes. Una volta unificato il Sudafrica in mano britannica, dopo le guerre contro i boeri, la zona ebbe sempre un’importanza fondamentale nella vita politica della colonia.

In questo ambito si ebbero i primi fenomeni di segregazione razziale nel 1901, a seguito di un’epidemia di peste bubbonica che aveva colpito la popolazione nera della zona del Capo, da qui nacquero i quartieri neri di Cape Flats, ancora oggi esistenti. Dal 1948 l’Apartheid venne istituito formalmente, dando un seguito legale ai fenomeni di segregazione, a cominciare proprio da Città del Capo. Anche per questo motivo Nelson Mandela nel 1990, poche ore dopo essere stato rilasciato di prigione fece il suo primo discorso pubblico dalla balconata del Municipio di Città del Capo, annunciando l’inizio di una nuova era per il Sudafrica.

Si apriva così una nuova era per il Capo di Buona Speranza. Finiva il dominio dei bianchi sui neri, ma cominciava di pari passo lo scontro tra le diverse etnie nere del paese, fenomeno comune a tanti stati dell’Africa post coloniale.

Storia: Market Garden

La sera del 26 Settembre 1944 terminava con un insuccesso l’offensiva degli Alleati denominata “Market Garden” avente come obiettivo il passaggio del Reno e l’entrata nel territorio tedesco, nonché l’occupazione della maggior parte del territorio olandese in mano ai Tedeschi. Obiettivo ambizioso e non facile da raggiungere.

Dopo lo sbarco in Normandia e la conseguente campagna “veloce” sul suolo di Francia l’alto comando alleato si era persuaso che le forze del Reich fossero ormai battute e che si potesse quindi infliggere loro un colpo fatale sia in termini materiali che mentali. C’erano però molti dissensi tra i generali Alleati sulla pianificazione pratica della nuova missione: da un lato c’erano quelli che ipotizzavano un vasto uso di reparti speciali aviotrasportati (vedi l’inglese Montgomery) dall’altro quelli che avrebbero preferito fare un grande utilizzo dei reparti corazzati (vedi l’americano Patton). Alla fine si arrivò ad un compromesso e a nord si decise di usare le truppe aviotrasportate per catturare i ponti sul Reno, mentre a sud i carri armati si sarebbero fatti largo nel territorio tedesco. L’operazione iniziò ufficialmente il 17 Settembre 1944.

La reazione tedesca allo sbarco dei paracadutisti fu però fulminea (si pensi che in tre ore venne preparato un piano per respingere l’offensiva) e diversi ponti vennero fatti saltare prima dell’arrivo degli Americani e degli Inglesi, questo nonostante l’appoggio dei partigiani olandesi alle operazioni alleate. Gli Inglesi ebbero inoltre diversi problemi con le radiocomunicazioni il che rallentò ulteriormente le operazioni belliche.

Già dal primo giorno tutto cominciò a cospirare contro gli Alleati. Il tempo divenne brutto e questo ritardò nei giorni seguenti i rifornimenti materiali ed umani alle truppe impegnate nell’offensiva. Le truppe tedesche non erano così impreparate come si poteva pensare dopo la campagna di Francia e la tenacia delle divisioni delle Waffen-SS costringeva i soldati ad estenuanti combattimenti. A tutto questo c’era da aggiungere il continuo contrasto improduttivo all’interno del quartier generale alleato.

La sera del 26 Settembre le ultime truppe alleate si ritiravano alle posizioni di partenza. I Tedeschi avevano perso quasi 7.000 uomini, gli Alleati un qualcosa in più, ma le vere perdite le aveva subite il popolo olandese, rimasto bloccato nelle città di maggior scontro tra gli eserciti (come Nimega). Molti storici attribuiscono la maggior parte delle colpe alla testardaggine tattica di Montgomery, ma ancora oggi risulta difficile fare un quadro obiettivo delle colpe. Gli Alleati credevano che la Germania fosse finita… mancavano meno di tre mesi alla offensiva delle Ardenne…

Sehnsucht: Suriname

Tutto potrebbe cominciare con un indovinello: ci sono un Olandese, un Indiano ed un Indonesiano, in che stato ci troviamo? La risposta più semplice di tutte potrebbe essere l’Indonesia, ossia le ex Indie Orientali Olandesi, ma sarebbe la risposta sbagliata. Siamo in Suriname, un piccolo stato del Sud America tra quelli meno noti, ma con la varietà più curiosa in termini etnico-culturali grazie al fatto di essere stata una colonia olandese sino al 1975.

Il piccolo stato intorno al 1600 era oggetto di desiderio sia da parte degli Inglesi che degli Olandesi, ma furono questi ultimi ad ottenerne il possesso barattandolo con un insediamento nel Nord America conosciuto come Nuova Amsterdam… oggi New York! L’importanza del Suriname era dovuta principalmente alla presenza di piantagioni molto redditizie di caffè, canna da zucchero e cotone; tali risorse richiedevano l’impiego di un numero molto copioso di schiavi provenienti dall’Africa. Come già abbiamo raccontato, in un precedente articolo, nel 1863 la pratica della schiavitù venne abolita dall’Olanda e questo determinò l’arrivo di manodopera a basso costo proveniente in parte da un’altra colonia dei tulipani (l’Indonesia appunto), in parte da una colonia britannica (India) e in minima parte dalla Cina.  Da queste variegate presenze etniche nasce il moderno Suriname.

Paramaribo

Giusto per avere un’idea basta pensare che la religione più diffusa è l’Induismo e che circa il 20% della popolazione è di religione musulmana; la lingua ufficiale è l’Olandese, ma vi si parlano anche tutte le lingue delle zone di origine degli abitanti. Questo comporta che girando per la capitale Paramaribo possiate imbattervi in una moschea e sentire persone parlare nel dialetto dell’ isola di Giava!

Ad oggi la risorsa principale del paese sono le miniere di bauxite, seguite dalle colture precedentemente citate e in parte ancora limitata dal turismo. In realtà la popolazione del piccolo stato conta circa 500.000 persona, ma ci sono oltre 300.000 persone nate in Suriname che vivono attualmente in Olanda.

Sehnsucht: Curaçao

Curaçao è un’ isola al largo delle coste del Venezuela, ma non appartiene allo stato sudamericano bensì è ancora oggi una dipendenza dell’Olanda. Tra l’altro sino ad un anno e mezzo fa faceva parte della dipendenza conosciuta come Antille Olandesi, oggi scorporata in tre dipendenze differenti. Ma cosa ci fanno dei possedimenti olandesi al largo del Venezuela?

Presto detto: gli Olandesi arrivarono sull’isola nel 1634 e vi fondarono l’attuale capitale Willemstad, i nuovi coloni non vi trovarono tribù ostili ad accoglierli poiché gli spagnoli avevano già provveduto alla fine del ‘400 a sterminarvi i nativi, ma non vi avevano costruito città poiché in tutta l’ isola non si trovavano minerali interessanti. Gli Olandesi però ne fecero un centro economico di primaria importanza per la tratta degli schiavi, da lì infatti venivano smistati gli schiavi destinati alla maggior parte dei Caraibi e del Sud America.

La controversa prosperità dell’ isola durò sino a che l’ Olanda non abolì la schiavitù nel 1863 (siamo nel pieno della Guerra di Secessione Americana e solo due anni dopo l’ unità d’Italia, tanto per capirci), da quel momento ci fu una fase di stallo sino al periodo della Grande Guerra quando in quelle zone venne scoperto il petrolio.

Willemstad

Curiosità: a pochi km dall’isola si trova un piccolo isolotto disabitato chiamato “Piccola Curaçao” che fu concessa per breve tempo dagli Olandesi ai Tedeschi in un tentativo di quest’ ultimi di penetrare a livello coloniale nella zona dei Caraibi, essendo anche l’Impero Tedesco nato da poco come il Regno d’Italia la possibilità per questi due paesi di trovare terre da colonizzare era assai scarsa. Il tentativo comunque si risolse con un insuccesso poiché Inglesi e Francesi fecero di tutto per impedire una penetrazione tedesca potenzialmente lesiva dei loro interessi commerciali.

Storia: I fratelli de Witt

L’Olanda è un paese che ha alle spalle una grande storia come potenza marittima, sia commerciale che militare, nei momenti di massimo sviluppo non poteva certamente competere con gli altri paesi europei per quello che riguardava le truppe terrestri (ben armate, ma di esiguo numero), ma aveva una flotta che sapeva incutere timore anche alla famigerata flotta di Sua Maestà Britannica. L’Olanda che si espandeva via mare nei Caraibi, sulle coste africane e nel remoto oriente non era una monarchia ed era ufficialmente conosciuta col nome di Repubblica delle Sette Province Unite e i suoi territori comprendevano anche larghe fette del Belgio. La forte espansione olandese andava scontrandosi con le mire coloniali degli altri paesi europei, inoltre la sua integrità territoriale era minacciata sia dalla Spagna (che controllava i restanti territori del Belgio) che dalla Francia. In realtà la storia dell’intera area prima del 1600 è alquanto complicata: di fatto il controllo dei territori in origine era del Sacro Romano Impero, passando poi nel 1556 alla Spagna ed emancipandosi infine nel 1609 dopo una lunga guerra di indipendenza.

All’interno della Repubblica erano diverse le famiglie potenti che si muovevano nel complesso scacchiere politico, una delle famiglie più importanti era sicuramente la famiglia Orange-Nassau. Un membro illustre di questa casa (e che c’entra con la storia che stiamo per raccontare) fu Guglielmo III, principe d’Orange, conte di Nassau e Barone di Breda… futuro re d’Inghilterra. La famiglia Orange-Nassau in origine doveva diventare la casa regnante delle Sette Province, ma non essendo giunti ad un accordo soddisfacente si era preferito dare al paese un assetto repubblicano, gli Orange comunque dominavano la vita politica. Da Dordrecht veniva un’altra grande famiglia importante: i de Witt. I due membri più conosciuti di questa famiglia furono i fratelli Johan e Cornelis.

Johan de Witt

Johan de Witt aveva fatto una brillante carriere politica e militare. Sosteneva la fazione politica contraria agli Orange e manteneva posizione in politica estera di tipo francofilo. Johan raggiunse anche il massimo grado della politica olandese di quei tempi diventando Gran Pensionario d’Olanda, durante gli anni in cui ricoprì quella carica fece aumentare notevolmente le forze navali ed impose alle Province un laborioso programma di fortificazioni di terra (che però non venne attuato in maniera accurata da tutte le Province, come ad esempio Utrecht). Cornelis de Witt ricopriva il ruolo di borgomastro di Dordrecht e si era distinto in guerra con la flotta olandese. Era un uomo di giustizia, ma non poteva sapere che proprio a causa di questa sarebbe giunto alla morte.

Nel 1672 la Francia e l’Inghilterra dichiararono congiuntamente guerra alle Province. Le truppe francesi approfittarono delle scarse fortificazioni del territorio olandese per giungere ad assediare (la colpevole) Utrecht. A difendere strenuamente la patria in quel momento di difficoltà era proprio il giovane Guglielmo III d’Orange la cui popolarità era in ascesa. La sua fazione politica decise quindi di sferrare un colpo deciso per far pendere il potere in favore della casa Orange-Nassau. In quest’ottica Johan venne deposto dalla carica di Gran Pensionario e per poco non scampò ad un attentato. Il piano degli orangisti era riuscito solo in parte, con de Witt ancora vivo potevano esserci delle complicazioni in futuro, bisognava sfruttare il momento di impopolarità dovuta all’attinenza francofila del deposto uomo politico. Ma come fare? La soluzione arrivò osservando l’operato del fratello di Johan.

Cornelis de Witt

Un tale Tichaeler, di professione medico, era stato condannato pubblicamente per stupro da Cornelis de Witt, la condanna non prevedeva il carcere bensì una pubblica ammenda. Questa condanna aveva incollerito il Tichaeler che si era messo a meditare vendetta. Gli orangisti gli diedero modo di saziare la sua sete di vendetta. Lo inviarono a casa di Cornelis con la scusa di un semplice colloquio chiarificatore, il medico si trattenne con il de Witt solo per quindici minuti. Tra l’altro la storiografia riporta che ci volle un bel pò prima che Cornelis rispondesse favorevolmente alla richiesta d’incontro di Tichaeler. All’incontro comunque assistettero un domestico e il figlio del borgomastro.

Uscito dal colloquio il medico si recò dal borgomastro di Albrantswaart e dichiarò che Cornelis aveva cercato di convincerlo ad assassinare il principe Guglielmo III d’Orange. L’accusa era estremamente grave e in breve il de Witt venne arrestato e condotto a L’Aia per essere giudicato. In realtà non vi erano prove di una tentata cospirazione e furono molti gli uomini di spicco che si mossero in difesa di Cornelis, primo tra tutti suo fratello Johan. La politica però stava già facendo il suo corso e al de Witt vennero tolte tutte le cariche, ma gli venne salvata la vita. Gli orangisti ancora una volta erano soddisfatti a metà. Si presentò però un’occasione d’oro.

Johan de Witt si recò a L’Aia per portare suo fratello a casa dopo la condanna. Qui il Tichaeler aizzò la folla contro i due presunti traditori della patria e marciò sulla prigione dove i due fratelli si stavano incontrando. A questo punto il disegno degli uomini vicini a Guglielmo III si realizzò. La folla inferocita assaltò la prigione e lincio barbaramente i due fratelli. I corpi vennero orrendamente sfigurati e sventrati, cronache dell’epoca raccontano di cittadini che mangiano le interiora e i genitali dei due fratelli. Infine i corpi straziati vennero appesi per i piedi ad un palo. Ora gli orangisti avevano raggiunto il loro scopo e i de Witt non avrebbero più intralciato la politica della fazione Orange-Nassau. Guglielmo III aveva la facciata immacolata dal momento che ad eseguire l’omicidio dei due era stato il popolo e non dei sicari.

La fine dei de Witt

Storia: Anthony Fokker

Anthony Fokker è stato un uomo straordinario, uno dei cosiddetti “pionieri dell’aviazione”, un uomo che giorno dopo giorno ha progettato, realizzato e pilotato aerei sempre più innovativi. Ma presentiamolo come si deve. Innanzi tutto Anton Herman Gerard Fokker non era Tedesco, come molti erroneamente credono, bensì Olandese: nacque infatti sull’isola di Giava nel 1890, allora l’Indonesia era una colonia e si chiamava Indie Olandesi. Non era un ragazzo che amava particolarmente lo studio e dimostrò sin da giovanissimo la sua passione per i motori, tanto che il padre nel 1910 lo inviò in Germania per fare l’apprendista meccanico nel settore automobilistico. Bisogna sapere che in quegli anni l’Impero Tedesco e l’Impero Olandese erano uniti da solidi legami nascenti principalmente dal rapporto di parentela dei rispettivi sovrani, anche se l’Europa degli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale presentava un vasto panorama di reali imparentati in maniera più o meno stretta: tutto merito della Regina Vittoria! Anthony si dimostrò subito interessato al mondo dell’aviazione e nel 1911 a soli 21 anni costruì il suo primo prototipo e già l’anno successivo creò la sua prima fabbrica di aerei, ma quelli erano ancora gli anni delle esposizioni e dei voli dimostrativi, il volo non era ancora intuito come un grande mezzo per viaggiare su scala mondiale.

Anton Herman Gerard Fokker

La grande occasione per Fokker arrivò allo scoppio della guerra, quando il governo del Kaiser prese il controllo della sua fabbrica e lui cominciò a lavorare sui progetti degli aerei da guerra per l’aviazione Imperiale tedesca. Per tutta la durata del conflitto alcuni dei migliori piloti da guerra di sempre volarono sui mezzi da lui progettati, bisogna considerare che i materiali utilizzati allora nella costruzione degli apparecchi avevano poco a che vedere con quelli utilizzati ai giorni nostri, chi saliva su quegli aerei era a sua volta un pioniere, un amante del rischio e dell’ignoto. La creazione più interessante di Fokker in quegli anni è sicuramente il Fokker Dr.I Dreidecker (triplano) reso celebre dalle vittorie che  Manfred von Richthofen ottene con esso (19 confermate). Si tratta di un aereo in grado di raggiungere i 185 Km/h con una autonomia di 300 Km. Considerando che tra Roma e Milano ci sono 586 km di distanza un aereo del genere avrebbe impiegato più di tre ore per compiere l’intero viaggio senza togliere una sosta obbligata da effettuare un po’ prima di Firenze. Numeri che oggi sarebbero impensabili. L’aereo in questione venne prodotto solo in 320 esemplari e pochissimi superarono le ostilità.

Fokker Dr.I Dreidecker

La sconfitta degli Imperi Centrali portò Fokker a tornare in Olanda e successivamente a trasferirsi negli Stati Uniti lavorando sempre nel settore dell’aeronautica, ma sviluppandone le applicazioni in campo civile. Si veda il trimotore Fokker F.VII, aereo di linea in grado di portare sino a 12 passeggeri, con una velocità massima di 185 Km/h, ma con un’autonomia  di 1160 Km: una Milano – Roma sempre in poco più di tre ore, ma senza soste (tra l’altro alcuni esemplari erano in dotazione  anche al Regno d’Italia). Nonostante le grandi capacità e lo spirito da pioniere il buon Anthony morì per una meningite nel 1939, una fine un po’ irriverente per uno che aveva volato là dove alcuni si potevano solo sognare di arrivare.