Forse vi siete persi… nel mondo

A due anni dall’apertura del blog vi riproponiamo alcuni articoli della rubrica Dal Mondo

1) 27 Ottobre 2018: Hong Kong-Zhuhai-Macao

2) 8 novembre 2018: Diana Spencer e pure Stuart

3) 8 Giugno 2019: il cane clonato della Streisand

4) 19 Settembre 2019: Sinead vs Prince

5) 25 Febbraio 2020: Morire per la terra piatta

BUONA LETTURA

Underpass: The Call Up (The Clash, 1980)

Novembre 1980. Settembre 2000. Luglio 2020. Ribalza tutto di vent’anni in vent’anni, come una pallina rimbalzina di quelle con un giocavamo da bimbi negli anni ’80… maledette palline fetenti, meriterebbero un capitolo a parte.

Settembre 2000, l’estate è finita e la scuola è ricominciata, il cielo azzurro fa sempre più spazio a cielo grigio… infinito cielo grigio, una massa omogenea che ha accompagnato, da settembre ad aprile, quasi ogni giorno della mia vita emiliana. E non lo dico in tono dispregiativo. Quel cielo grigio sopra Bologna, sopra le colline della provincia, sopra i campi della bassa, ha un sapore unico e romantico. Sapore di casa. Il cielo della propria terra è un qualcosa di cui ci si può sempre fidare, qualcosa di assodato, di appreso e fatto proprio… qualcosa che riconosceresti al primo colpo guardando una fotografia di mille cieli diversi. E’ come il profumo di legna bruciata che pervade l’aria di collina nelle giornate autunnali. Sa di buono, fa venir fame e scalda il cuore anche a distanza. Ti fa venire voglia di stare davanti ad un camino, con un bicchiere di vino e un po’ di pane col salame. Amen.

Settembre 2000. Mi ostino a presentarmi davanti a scuola alle 7.30, prima ancora che arrivino i bidelli. E’ una cosa alquanto stupida, ma è il mio marchio di fabbrica… mio e di qualche altro amico mattiniero. Non è fretta di andare di entrare a scuola, anche perché le fughe erano frequenti in ogni stagione, bensì è fretta di vivere… la fretta di vivere ogni attimo in totale assolutismo. C’è un mondo da scoprire là fuori e non ha senso dormire troppo e perderne dei pezzi. Si dorme poche ore a notte, i sogni si vivono ancora nella vita di tutti i giorni. Una bella differenza col Luglio 2020, dove i sogni sono l’unico rifugio rimasto nella propria esistenza… dove l’unica fretta è quella di tornare a dormire.

Settembre 2000. Sono appoggiato al muretto accanto al cancello della scuola, ho gli auricolari nelle orecchie (come sempre allora) e sto ascoltando un cd che mi ha prestato un amico: The Singles dei The Clash, uscito nel 1991. Non è il punk a cui sono abituato, è meno graffiante e violento, troppo orecchiabile e ballabile. Però tra tutte quelle canzoni ce n’è una che si intona perfettamente col cielo grigio sopra alla mia testa: The Call Up.

Novembre 1980. Non sono ancora nato, mancano due anni ancora a dire il vero, quindi non è un tempo poi così lungo, no? The Call Up esce come primo singolo dell’album Sandinista! … un album che di sonorità punk aveva davvero ben poco e che all’epoca lasciò delusi molti fan.

Settembre 2000. Quella canzone con quasi vent’anni d’età non suona per niente vecchia. E’ moderna, attuale e in qualche modo cerca di avvisarmi sul futuro più che sul presente… ma ancora non lo posso capire perché i problemi del mondo degli adulti mi sembrano ancora così lontani. La ascolto tutta, poi la rimetto da capo e ancora e ancora e ancora… guardando il cielo e fumando un paio di sigarette. C’è qualcosa che non mi convince, come se mancasse qualcosa per rendere l’atmosfera perfetta: la pioggia! Comincia a piovere e neanche me ne accorgo perché sono troppo preso dalla canzone. Vedo il  vapore che sia alza dal terreno mentre la pioggia continua a cadere, vedo altri studenti che si riparano come posso. Io resto lì in un angolo a gustarmi tutta l’acqua possibile, senza preoccuparmi di nulla, se non di non far bagnare le sigarette. E’ un’immagine indelebile che mi resta impressa nella mente e che mi appare ogni volta che mi capita di sentire quella canzone. Ancora non lo sapevo, ma tante cose sarebbero cambiate di lì a poco, con la maggiore età… il cielo grigio si sarebbe colorato sempre un po’ più di nero negli anni, sino quasi a togliere il respiro, ma era un cielo mentale, non un cielo reale.

Luglio 2020. Era vent’anni fa, anzi era quarantanni fa. E in fondo è anche oggi a ben pensarci, sono le stesse note che risuonano nonostante stia guardando un cielo azzurro di una città più calda. Solo che nella mia testa il cielo si è fermato ad allora: quel cielo grigio con quella pioggia che mi bagnava la testa. E se adesso esco, accendo una sigaretta e chiudo gli occhi potrei risvegliarmi esattamente in quel punto, lontano da tutto quello che ancora non conoscevo e di cui avrei volentieri fatto a meno.

Un due tre… musica

C’è voluto un pò, ma alla fine siamo arrivati al momento di inaugurare la nuova rubrica sulla quale vi avevamo chiesto di esprimere un voto. Si parlerà di musica… anzi non si parlerà di musica, ma di vita vissuta con la musica… in pratica colonne sonore dell’esistenza.

Ieri ci ha lasciato un genio italiano che ci ha regalato alcune delle colonne sonore più belle della storia, senza le quali gli stessi capolavori del cinema non sarebbero tali, e questo mi ha fatto riflettere sulle come impostare questa rubrica musicale… ed alla fine mi sono deciso per le colonne sonore della mia vita. Tutti abbiamo qualche canzone legata ad un preciso momento della nostra vita. Sono le nostre colonne sonore, nel bene e nel male. Sono pezzi di vita immortalati come delle piccole polaroid sbiadite, ma sempre pronte ad emergere dagli album fonografici del passato.

Non vi darò da ascoltare: vi darò da leggere. Poi se vorrete andrete ad ascoltare e ripenserete a quello che avete letto. UNDERPASS