La voce di R’lyeh: Girotondi

Una delle costanti, in ogni regime democratico che si rispetti, è la gestione del dissenso direttamente dalle centrali stesse del potere. Come a dire che due blocchi, fintamente in contrapposizione tra loro, si facciano a turno la guerra mediatica con il fine ultimo di tenere la popolazione impegnata in inutili lotte da cortile. In pratica le galline si scannano per il mais, mentre nel frattempo il fattore se ne sta seduto comodamente ad attendere che depongano le uova. Ci sarebbe di che ridere… se solo non fosse il modus operandi di ogni, così detta, democrazia… la quale, vale la pena ricordarlo, non è altro che la forma istituzionale del capitalismo. Nulla a che vedere col vero concetto di democrazia.

In Italia è storicamente la sinistra a giocare il ruolo da protagonista nella gestione pubblica del dissenso, dando vita ogni volta a movimenti sempre nuovi, ad esperienze sempre diverse nel loro essere sempre uguali. E pure i nomi di chi le compone o di chi le manovra alla fine sono spesso gli stessi. E’ un qualcosa che funziona sempre, andando a solleticare l’ego di una parte della popolazione che è stata ben incanalata ed istruita sin dalla più tenera età. Ed ogni volta che serve il loro apporto essi accorro, salvo poi tornare nell’ombra dopo poco tempo, a mandato concluso. Ritornando poi dopo anni, come nuovi eppure sempre vecchi; senza nulla fare per vanificare il costante decadimento della società, di cui essi in fondo sono tra gli artefici. E il popolo li guarda e dibatte e si dibatte, come un pesce preso all’amo… ed è così che è già troppo tardi.

Facciamo un esempio… i mitici Girotondi!

Mentre Silvio Berlusconi si alternava con la nuova sinistra nel riformare (e rovinare) il paese, si giocava con l’opinione pubblica affinché porgesse il capo alle riforme più becere imposte da sinistra con la scusa di averne rifiutate alcune, pessime, da destra. Ripeto… il bello è che funziona! Il tema era quello, eterno, della gestione della Giustizia in Italia! Che la Giustizia non funzioni nel nostro paese è un dato di fatto, che sia anche non giusta idem, che poi non vi sia certezza della pena idem con patate… insomma un successo! Ma che a riformare la Giustizia voglia poi essere uno come Berlusconi… ecco… insomma… come dire… ci siamo capiti. Correva l’anno 2002, si era nel pieno del Governo Berlusconi II e il Presidente del Consiglio non mancava di attaccare settimanalmente la magistratura, la quale gli faceva guerra a modo suo. Tutto legittimo, tutto bellissimo.

Ed ecco dunque il copione prendere vita… si alzi il sipario.

I ATTO – LA PAROLA D’ORDINE CATEGORICA: RESISTERE
All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2002 di Milano (12 Gennaio 2002) il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli (protagonista nella stagione di Mani Pulite e ricordato per aver sostenuto Walter Veltroni alla guida del Partito Democratico nelle primarie del 2007… gli altri candidati erano Rosi Bindi ed Enrico Letta…) fa la seguente affermazione: “ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”.


II ATTO – GLI ARDITI DEL POPOLO
Una settimana dopo viene organizzata una manifestazione a Roma, davanti al Ministero di Grazia e Giustizia contro le ingerenze dell’esecutivo nei confronti del potere giudiziario. Partecipano 80 persone e, come nelle migliori tradizioni della sinistra, si autocostituiscono in “Presìdi per la giustizia”… appuntamento fissato per i due sabati successivi.


III ATTO – I BUONI MAESTRI
Il 24 Gennaio ecco che a Firenze scendono in piazza oltre 12.000 persone per un corteo indetto da due professori universitari: Francesco Pardi (destino segnato dall’esser nato il 25 Aprile 1945; ex Potere Operaio ed esperto tiratore di molotov, confluito nel Partito Democratico, ricordato anche per la stagione del Popolo Viola) e Paul Anthony Ginsborg (al servizio di HM Queen Elizabeth II). La motivazione del corteo è la più ricorrente di tutte: “democrazia è in pericolo”.


IV ATTO – IL SIMBOLO
Il 26 Gennaio arriva la trovata che determinerà il nome del movimento di protesta: il gruppo “Per Mano per la Democrazia” da vita ad un girotondo intorno al Palazzo di Giustizia di Milano. E’ la Milano bene che si muove, capitanata tra gli altri da Daria Colombo (moglie di Roberto Vecchioni) e Ottavia Piccolo (attrice esperta di conformismo dell’anticonformismo). L’idea piace e prende piede anche in altre realtà italiane, prima su tutte Roma.


V ATTO – IL CARROZZONE POLITICO
Come in ogni protesta spontanea che si rispetti alla fine compare la politica, arrivano i nomi ed i simboli a colorare le piazze. Il centrosinistra in quel momento è compattato nell’Ulivo, al suo interno vi è un comitato che si occupa proprio del tema giustizia: “La legge è uguale per tutti”. Chi ne fa parte?

Il portavoce è Nando Dalla Chiesa (figlio del generale, bocconiano, deve il suo ingresso in politica al movimento La Rete di Leoluca Orlando) e con lui ci sono Loredana De Petris (ex Democrazia Proletaria, una storia politica che attraversano diverse sigle di sinistra sino ad approdare attualmente in una lista, vicina ai 5 Stelle di Conte, insieme a Stefano Fassina), Cayetana De Zulueta Owtram (prodotto delle università anglosassoni e, tra le tante, anche giornalista per il settimanale globalista The Economist), Patrizia Toia (bocconiana della Milano che piace alla gente che piace, una lunga carriera politica dalla Democrazia Cristiana sino al Partito Democratico, paladina della giustizia giusta… tanto da essersi salvata da un’inchiesta sulla spartizione politica delle ASL grazie al fatto che nel frattempo il reato di abuso d’ufficio non patrimoniale era stato abolito…), Cinzia Dato (politologa attualmente in quota Partito Democratico), Giuseppe Ayala (magistrato poi passato alla politica nel 1992) e Marco Rizzo (Comunista della vecchia guardia, oggi in prima fila con i movimenti di dissenso contraria alla nuova sinistra, al NWO, ecc…).

Scendono in piazza 4.000 persone. Sul palco parlano in tanti, ma l’intervento più importante resta l’ultimo, quello del regista Nanni Moretti (a pieno titolo nel Pantheon mentale della sinistra che piace alla gente che piace), il quale non si limita ad attaccare Berlusconi bensì anche la dirigenza dell’Ulivo, troppo morbida nel suo fare opposizione.
E’ il vecchio gioco delle due opposizioni, ognuna pronta a raccattare il consenso delle varie anime della sinsitra… più o meno come sta accadendo in queste settimane dopo la vittoria di Giorgia Meloni. Solo che a questo giro le opposizioni sono addirittura tre.


VI ATTO – IL NATURALE DECORSO
All’apice del processo sistemico questo genere di movimenti hanno un periodo di iper-attività ed iper-esposizione mediatica di circa 6 mesi. Dopo di che esauriscono la propria forza propulsiva e tornano nello sgabuzzino di casa a farsi lucidare la cromatura, farsi rifare il pieno di benzina per poi uscire a tempo debito con un nuovo nome. E’ come portare la propria 500 dal meccanico, farla risistemare completamente e vederla uscire dall’officina con un bel 520 anziché 500. Però funziona… sempre. In fondo la mente umana è quella che percepisce una differenza tra un prezzo a 19,99 euro ed uno a 20 euro… non c’è da stupirsi.
Nanni Moretti dirige diverse manifestazioni di fine settimana in fine settimana. Incontrando di volta in volta personaggi dell’opposizione politica (Oliviero Diliberto, Piero Fassino e Massimo D’Alema). Gli slogan sono sempre gli stessi: la giustizia giusta, il pericolo autoritario esistente ogni volta che non governa la sinistra, il centro sinistra che deve ripartire da X, il movimentismo che incarna la miglior sinistra pronta a portare rinnovamento nella classe dirigente (che alla fine è sempre la stessa). Si muovono anche le truppe cammellate del giornalismo di sinistra, nel quale non può mancare mai l’apporto di MicroMega di Paolo Flores d’Arcais. E a seguire gli intellettuali e gli artisti di riferimento… è il momento dell’immancabile, ex repubblichino, Dario Fo.


«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»


E dunque manifestazioni a Roma, manifestazioni a Napoli, a Genova… e senza dimenticare i Girotondi che partecipano il 2 Marzo alla manifestazione nazionale dell’Ulivo in Piazza San Giovanni a Roma. Alla battaglia sulla Giustizia si affianca l’altra grande battaglia di sempre: quella sull’indipendenza della RAI. Anche su questa ce ne sarebbe da dire all’infinito.
Nel frattempo il mondo dei Girotondi si muove, si riunisce, si coordina, delibera, si riunisce di nuovo, incontra i soliti dirigenti di partito, delibera ancora, torna a riunirsi, si coordina, fa l’indipendente nella dipendenza dalla politica, si muove ancora un poco e tanto per cambiare si riunisce e delibera.


Ormai i Girotondi sono un fiume in piena che invade le strade delle città italiane, Nanni Moretti e Paolo Flores d’Arcais guidano la traversata della sinistra movimentista su questi nuovi canali di veneziana memoria. E allora pronti a vedere i sessantottini del 6 politico pronti a difendere la scuola e la cultura (quali?) e poi tutti a protestare contro il famoso “editto bulgaro” (la richiesta di Berlusconi di espellere dalla RAI Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi).


A questo non può che seguire un convegno sulla libertà ed il pluralismo dell’informazione tenuto in una Casa del Popolo… e chi te la può insegnare la pluralità dell’informazione se non gente come Sandro Ruotolo (ex Partito di Unità Proletaria per il Comunismo e giornalista del Manifesto, poi in quota LEU), Norma Ruggeri (giornalista del Manifesto e di Radio RAI 3), Curzio Maltese (dipendente di lunga data di Carlo De Benedetti, non serve aggiungere altro) e l’intramontabile Michele Santoro. In pratica un convegno di comunisti che piacciono alla gente che piace.


VII ATTO – IL CANTO DEL CIGNO
Il 14 Settembre 2002 si ha a Roma la manifestazione denominata “Una festa di protesta” in Piazza San Giovanni. In quel frangente Moretti pronuncia le fatidiche parole che prima o poi ogni capopopolo funzionale al sistema pronuncia: Noi continueremo a delegare ai partiti, ma visto che un po’ ci siamo svegliati la nostra delega non sarà sempre in bianco”. Tanti i nomi sul palco insieme a Moretti e Paolo Flores d’Arcais… sono i soliti, i ricorrenti, quelli che non possono mancare per dare l’estrema unzione ad un cambiamento che il parte del popolo vorrebbe, ma che non può arrivare. E così compaiono gli inchiodatori, i becchini… quelli che quando li vedi arrivare in piazza sai già che il movimento ha esaurito la sua funzione.


Ecco dunque Francesco De Gregori, Fiorella Mannoia e Roberto Vecchioni a cantare per la gloria dei Girotondi. Don Luigi Ciotti, Rita Borsellino e Gino strada… immancabili appunto «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».
E’ il funerale perfetto. Quasi vichingo. Si parla, si canta, si suona, ce le si canta e ce le si suona, intervengono le firme giornalistiche di sinistra, si assapora la consapevolezza di essere la parte, auto-eletta, migliore della nazione. Il morto è morto, ma sembra vivo ed in perfetta salute. Vivrà per sempre dunque e, come mille movimentini prima e dopo di lui, non morirà mai. In fondo la vita eterna si ha solo dopo la morte.

E il 14 Settembre i Girotondi erano già morti, ma senza rendersene conto.


VIII ATTO – RIPOSA IN PACE
Ad inizio 2003, al palazzo dello sport di Firenze si celebra il primo anno di vita dei Girotondi e viene nominato come capo della sinistra movimentista dei girotondi l’ex capo della CGIL Sergio Cofferati. E’ la croce piantata sul terreno a segnare la presenza della tomba dei Girotondi. Cofferati spegnerà definitivamente quella stagione andando a fare il Sindaco di Bologna nel 2004 con l’appoggio di Massimo D’Alema.

Tutto è bene quel che finisce bene.

La voce di R’lyeh: GEDI Gruppo Editoriale

Sapere chi controlla quello che leggete, quello che ascoltate e quello che guardate è fondamentale. Questo se state cercando un modo per scoprire le verità che si celano dietro le notizie… anche se la maggior parte della gente cerca semplicemente delle conferme alle proprie opinioni pregresse. Chi cerca le conferme accetta ciecamente la propaganda della sua parte, non ha bisogno di approfondire, non è interessato alla verità. Chi non cerca non trova, chi non trova non sa, chi non sa vive da schiavo con l’illusione della felicità.

 

Un piccolo esempio per tutti: il Gruppo Editoriale GEDI

Controlla i quotidiani nazionali La RepubblicaLa Stampa e Il Secolo XIX.

Controlla i quotidiani locali Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Messaggero Veneto, Il Piccolo, Gazzettino di Mantova, Il Mattino di Padova, la Provincia Pavese, La Tribuna di Treviso, la Nuova Ferrara, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio, la Nuova Venezia e Corriere delle Alpi.

Controlla i quotidiani nazionali ondine HuffPost Italia, Business Insider Italia e Mashable Italia.

Controlla i periodici l’Espresso, La Sentinella del Canavese, MicroMega, Limes, Le Scienze, Mind, National Geographic, Le Guide dell’Espresso e TV Magazine.

Controlla le Radio (e rispettive tv) Radio Deejay, Radio Capital e Radio m2o.

Controlla il portale Kataweb.

Controlla la concessionaria pubblicitaria A. Manzoni  & C.

Controlla la società di formazione professionale Somedia.

 

Non male, vero? Vogliamo scoprire qualcosa di più? Eccovi alcuni cenni storici…

 

1955 – Nasce la Società Editrice L’Espresso. Adriano Olivetti ne è principale azionista.

1957 – Carlo Caracciolo diventa azionista principale e entrano come soci Arrigo Benedetti (direttore de l’Espresso) ed Eugenio Scalfari.

1991 – Nasce il Gruppo Editoriale L’Espresso S.p.A. con azionista di maggioranza il Gruppo CIR (controllato dalla famiglia De Benedetti)

2017 – Cambia la ragione sociale del gruppo in GEDI Gruppo Editoriale S.p.A. e dal 2018 alla presidenza c’è Marco De Benedetti.

2019 – A dicembre la EXOR NV (società finanziaria olandese della famiglia Agnelli) rileva il pacchetto di maggioranza del gruppo editoriale, il Gruppo CIR mantiene il 5% della società.

2020 – Chiusa l’operazione finanziaria, ad aprile, John Elkann divine presidente della GEDI. La società controlla il 25% del mercato editoriale italiano.

Ci possiamo fidare?