Storia: Soldaat van Oranje

Più volte abbiamo raccontato la storia di eroi in guerra che non hanno poi ricevuto il dovuto riconoscimento da parte del proprio paese, eroi talvolta scomodi, sognatori ed idealisti, ancorati a visioni del mondo e della lealtà non al passo coi tempi. Persone come Carlo Fecia di Cossato o Thomas Edward Lawrence. Non tutti i protagonisti di questo genere di storie hanno trovato una morte violenta, accidentale o voluta che fosse, come nel caso dell’uomo di cui parleremo oggi. Siebren Erik Hazelhoff Roelfzema è stato molte cose nel corso della sua vita: militare, agente segreto, scrittore, attore, esule ed amico di alti nobili. Per quale paese tutto questo? Per la sua patria, i Paesi Bassi.

Erik era nato sull’isola di Giava, nelle Indie Orientali Olandesi, l’attuale Indonesia, nel 1917 e vi rimase a vivere fino all’inizio degli anni ’30 quando la sua famiglia decise di tornare in patria. La sua propensione alla scrittura fu molto precoce tanto che pubblicò il suo primo libro nel 1939: “Rendez-vous in San Francisco”, ispirato dal suo viaggio negli Stati Uniti dell’anno prima. L’Olanda era una potenza coloniale notevolmente indebolita rispetto ai secoli precedenti e non era in grado di difendere in modo efficace i propri confini europei; per questo motivo durante la Prima Guerra Mondiale aveva mantenuto la neutralità, rispettata da tutte le potenze, nonostante una mal celata vicinanza alle rivendicazioni del Kaiser. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale il paese dichiarò di nuovo la propria neutralità, ma i piani tedeschi di invasione della Francia e di futuro attacco all’Inghilterra prevedevano anche la totale conquista sia dell’Olanda che del Belgio.

Lo scontro tra le forze olandesi e quelle tedesche durò appena 7 giorni, dal 10 al 17 maggio 1940. L’esercito collassò (oltre 275.000 prigionieri) e si aprì la stagione dell’occupazione militare tedesca, non senza le vibranti proteste dei cittadini olandesi. Erik, che allora era un universitario, fu molto attivo nelle proteste del suo ateneo (Università di Leida) fino a che questo non venne chiuso nel novembre dello stesso anno. A quel punto venne arruolato come riserva nell’esercito reale olandese e nel giugno del 1941 riuscì a fuggire in Inghilterra, dove entrò in un gruppo di intelligence anglo-olandese il cui compito era quello di tenere i contatti con la resistenza nei Paesi Bassi. Nonostante le diverse missioni approvate da Londra e l’utilizzo di agenti paracadutati sul territorio occupato, il governo dei Paesi Bassi in esilio non diede mai molto supporto alle iniziative. Il controllo del gruppo venne quindi passato alla Fanteria di Marina Olandese nella persona del colonnello De Bruyne… il quale mise insieme un numero tale di errori tattici da portare i servizi segreti della Germania, l’Abwehr militare ed il Sicherheitsdienst delle SS, a catturare e manipolare le comunicazioni di almeno 50 spie degli alleati… pregiudicando una serie enorme di operazioni. Il De Bruyne non rispettava neppure le minime norme di sicurezza militare, tanto che nel suo ufficio teneva appese al muro le mappe con i punti d’entrata degli agenti segreti in Olanda! Erik protestò più volte per la gestione delle operazioni da parte del colonnello e venne minacciato da questi di essere portato davanti alla corte marziale per aver ignorato alcuni suoi ordini. Tutto questo mentre l’alto comando proponeva Erik per la più alta decorazione militare olandese: l’Ordine Militare di Guglielmo (ricevuta effettivamente nel 1942).

Vista la situazione di disinteresse da parte del governo in esilio nel 1942 lasciò il campo dello spionaggio per arruolarsi nella Royal Air Force, addestrandosi in Canada e tornando pilota operativo nel 1944, venendo assegnato ad un’unità speciale che doveva illuminare i bersagli dei bombardamenti durante i raid aerei della RAF; partecipò così a ben 72 missioni, di cui 25 su Berlino, ricevendo dai Britannici la Distinguished Flying Cross. Rientrato in rapporti col governo olandese gli fu affidato l’incarico di fare da assistente alla Regina Guglielmina nelle fasi del suo rientro nei Paesi Bassi (maggio 1945), fu lui stesso a pilotare l’aereo che la riportò in patria assieme alla famiglia reale. Rimase al fianco della Regina per diversi mesi dopo la fine delle ostilità, lasciando infine il servizio attivo per trovare la propria strada.

All’inizio degli anni ’50 tentò la carriera di attore ad Hollywood, per poi provare quella di sceneggiatore, in questa veste trovò lavoro a New York, come redattore di programmi per la NBC, allo stesso tempo faceva il giornalista per alcune riviste dei Paesi Bassi. La sua esperienza e la sua attitudine comunicativa lo portarono ad essere coinvolto dalla CIA prima in chiave anticomunista come direttore di Radio Free Europe, a Monaco di Baviera, poi in un’operazione fallimentare contro il dittatore indonesiano Sukarno. Dal 1973 si trasferì alle Hawaii, a Maui, dove spesso ospitava il principe Bernardo d’Olanda; proprio nello stato statunitense sarebbe morto nel 2007 a 90 anni. Nel 1980 era stato uno dei due re d’armi durante l’incoronazione della Regina Beatrice dei Paesi Bassi.

Come scrittore scrisse “Soldaat van Oranje” (Soldato d’Orange), uscito nel 1970, nel quale raccontava le sue esperienze durante la Seconda Guerra Mondiale; dal quale nel 1977 venne tratto l’omonimo film di Paul Verhoeven, con il compianto Rutger Hauer ad interpretare proprio il ruolo di Erik.

Storia: August von Mackensen

Pensando alla storia della Germania sono tanti gli uomini che ne hanno attraversato i momenti più salienti, ma pochi sono stati quelli che hanno avuto la possibilità di vivere in prima linea così tante fasi quante ne ha vissute il generale von Mackensen. Nato in Sassonia nel 1849 si arruolò giovane in uno dei corpi d’élite dell’esercito prussiano di stanza a Leszno (oggi in Polonia): gli Ussari della morte. In questo corpo combatté la guerra franco-prussiana (1870-71) guadagnandosi il grado di sottotenente e mettendosi in mostra per le doti militari. Nel 1891 passò definitivamente allo stato maggiore dell’esercito del Kaiser a Berlino lavorando a stretto contatto con Alfred von Schlieffen (l’ideatore del piano di invasione fulminea della Francia passando dal Belgio, attuato poi durante la Grande Guerra).

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si trovò a comandare un corpo dell’VIII armata impegnata sul fronte orientale, partecipando tra le altre alla battaglia di Tannenberg. In seguito ai primi successi venne posto a comando della nascente IX armata guadagnandosi la massima onorificenza dell’esercito prussiano per le brillanti azioni intorno alle città di Lodz e Varsavia. Passando di successo in successo alla fine del 1915 venne messo a capo della campagna contro la Serbia conquistando vittoriosamente Belgrado e l’anno successivo partecipò alla campagna contro la Romania comandando di una armata mista tra unità bulgare, ottomane e tedesche ottenendo degli ottimi risultati (compito non semplice coordinare eserciti così diversi tra loro). Quando la campagna di Romania si concluse con una vittoria (1917) gli venne assegnato il ruolo di governatore della medesima, mantenendolo sino alla fine delle ostilità quando venne catturato dai Francesi e rinchiuso in una prigione di guerra per i successivi due anni.

Quando uscì di prigione la Germania che conosceva era completamente stravolta. Il Kaiser non c’era più. Era sorta la Repubblica di Weimar, ma la confusione era la vera padrona indiscussa del paese. Von Mackensen era un monarchico convinto, ma in un primo momento preferì non interferire pubblicamente con la vita politica del paese. Col passare degli anni, vedendo il nuovo ordinamento troppo succube alle direttive anglo-francesi, iniziò a sostenere diversi gruppi monarchici e militari in giro per il paese. Durante l’ascesa di Hitler sostenne il potere del presidente Hindenburg (suo vecchio collega), ma successivamente alla dipartita di quest’ultimo si limitò a dare un apparente sostegno pubblico al nazional-socialismo, di fatto rimanendo fedele alle sue idee monarchiche.

Hitler, che mal sopportava il vecchio generale, non osò mai farlo arrestare. Questo fece si che von Mackensen sopravvivesse anche alla Seconda Guerra Mondiale, morendo nel novembre del 1945 nella Germania occupata dalle potenze alleate.

Storia: Luglio 1914 – parte prima

Con quanto accaduto durante l’attentato di Sarajevo i rapporti tra l’Impero Austro-ungarico e la Serbia si deteriorarono in maniera irreversibile, ma non si giunse subito alla guerra. Nei primi giorni seguenti all’attentato il governo imperiale cominciò a confrontarsi al suo interno per scegliere la strategia migliore da adottare, va considerato che non tutti erano favorevoli ad un intervento armato nei Balcani soprattutto nel timore di un intervento russo. La prima cosa da fare per gli Austriaci era assicurarsi che in caso di guerra i loro alleati Tedeschi non li avrebbero piantati in asso, era determinante avere accanto la macchina bellica del kaiser. L’imperatore Francesco Giuseppe esitava anche perché il governo dell’Ungheria era allo stesso modo restio a lanciarsi in un’avventura così rischiosa.

Nelle giornate del 5 e del 6 Luglio la diplomazia austriaca lavorò alacremente per ottenere l’incondizionato appoggio della Germania. Ci fu una importante riunione tra un inviato del ministero degli esteri austriaco (Alexander von Hoyos) e il sottosegretario agli esteri tedesco Arthur Zimmermann il 5 Luglio, mentre il kaiser Gugliemo II ricevette l’ambasciatore austriaco a Berlino Ladislaus von Szögyény-Marich. In queste occasioni il confronto tra i due alleati fu diretto e senza giri di parole: l’Austria voleva cancellare la Serbia dalle carte geografiche, cosa ne pensava la Germania? Gugliemo II pensava che la Russia non avesse la preparazione militare pe dichiarare una guerra all’Austria in quel momento, ma si disse disposto ad aiutare in ogni caso il suo alleato di Vienna. Questo modo di agire dei Tedeschi venne considerato un “assegno in bianco” nei confronti degli Austro-ungarici.

Il 7 Luglio si riunì il gabinetto di guerra austro-ungarico. Tutti erano favorevoli ad una immediata guerra tranne il Primo ministro ungherese István Tisza che temeva lo scoppio di un conflitto di portata mondiale (e aveva pienamente ragione) e suggeriva di mandare un ultimatum con diverse richieste alla Serbia. Tisza aveva potere di veto all’interno del gabinetto di guerra e mantenne la sua posizione per un’intera settimana. Questo bloccò gli intenti bellici dell’Austria sino alla metà di Luglio. Tutto il mondo restava in osservazione.

Molto interessati alla situazione balcanica erano anche gli Inglesi, i Francesi ed i Russi… tutte queste grandi potenze osservavano lo sviluppo degli eventi con grande ottimismo dal momento che l’Austria non aveva ancora prodotto nessun ultimatum nei confronti della Serbia. Era un ottimismo mal riposto e che si fondava sulla scarsa conoscenza che questi paesi avevano delle dinamiche interne del vecchio impero viennese. C’era del ritardo nella risposta austriaca e questo dipendeva da molti fattori. In breve il governo austriaco calmò il dubbioso István Tisza, ma i generali austriaci non si dissero pronti ad un intervento armato prima del 25 Luglio. I Tedeschi dal canto loro erano pronti all’azione e aspettavano placidamente che tutto si determinasse, ma per calmare le acque internazionali avevano inviato comunicazioni a Londra, Parigi e Mosca nelle quali invitavano a considerare le diatribe tra Serbia ed Austria come un fattore locale e non globale… si provava a scongiurare una guerra mondiale.

Le giornate tra il 19 ed il 23 di Luglio furono molto concitate per le diplomazie dell’epoca. I Francesi incontrarono i Russi il 21 Luglio per stabilire una linea comune da seguire nei confronti dell’Austria, nel mentre il governo a Vienna preparava l’ultimatum per il governo di Belgrado. A Londra Lloyd George si dichiarava ottimista circa la situazione balcanica e sui rapporti con Berlino. Non sapeva che Francesco Giuseppe la sera del 21 aveva dato il suo assenso alle condizioni dell’ultimatum… la macchina era già in moto.

Fu così che in quel pomeriggio del 23 Luglio 1914 a Belgrado l’ambasciatore austriaco consegno l’ultimatum al governo Serbo. La risposta doveva arrivare entro e non oltre le ore 18 del 25 Luglio.

Le richieste dell’Austria alla Serbia erano molteplici:

  1. Sopprimere qualsiasi pubblicazione che inciti allodio e al disprezzo nei confronti della monarchia austro-ungarica.
  2. Sciogliere immediatamente la società denominata Narodna Odbrana (La Difesa del Popolo, un gruppo nazionalista anti-austriaco) e confiscarne tutti i mezzi di propaganda, nonché a procedere in ugual modo contro altre società e loro branche in Serbia coinvolte in attività di propaganda contro la monarchia austro-ungarica.
  3. Eliminare senza ulteriore indugio dalla pubblica istruzione del proprio paese qualunque cosa induca o potrebbe indurre a fomentare la propaganda contro l’Austria-Ungheria.
  4. Espellere dall’apparato militare e dalla pubblica amministrazione tutti gli ufficiali e i funzionari colpevoli di propaganda contro la monarchia austro-ungarica i cui nomi e le cui azioni il governo austro-ungarico si riserva il diritto di comunicare al Regio governo serbo.
  5. Accettare la collaborazione in Serbia di rappresentanti del governo austro-ungarico per la soppressione del movimento sovversivo diretto contro l’integrità territoriale della monarchia viennese.
  6. Adottare misure giudiziarie contro i complici del complotto del 28 giugno che si trovano sul territorio serbo; delegati del governo austro-ungarico prenderanno parte all’indagine a ciò attinente.
  7. Provvedere con la massima urgenza all’arresto del maggiore Vojislav Tankosić e di un funzionario serbo a nome Milan Ciganović, che i risultati delle indagini dimostrano coinvolti nella cospirazione.
  8. Prevenire con misure efficaci la cooperazione delle autorità serbe al traffico illecito di armi ed esplosivi oltre frontiera, a licenziare e punire severamente i funzionari dell’ufficio doganale di Šabac e Loznica, rei di avere assistito i preparatori del crimine di Sarajevo agevolandone il passaggio oltre frontiera.
  9. Fornire all’Imperial regio governo viennese spiegazioni in merito alle ingiustificate espressioni di alti ufficiali serbi i quali non hanno esitato sin dal crimine del 28 giugno a esprimersi pubblicamente in termini ostili nei confronti del governo austro-ungarico.
  10. Infine notificare senza indugio all’Imperial regio governo l’adozione delle misure previste nei precedenti punti.

Come avrebbe reagito il mondo a quell’ultimatum? E che risposta avrebbe dato il governo di Belgrado a queste richieste?