Sturm und Drang: Catacomba

catacomba

Il luogo dei morti è sotto alla casa, essi non vi riposano poiché essi non hanno bisogno di riposo. Essi aspettano, vivendo la morte con rassegnazione, che qualcuno scenda le scale per il sotterraneo. Che qualcuno sia così impavido da scendere al loro cospetto.

Con la torcia in mano, un gradino alla volta, accompagnato dalla riverenza e dalla cautela, non emettendo rumori, neppure per respirare. Si scende da loro per avere consiglio, per ascoltare le loro storie e raccontare le proprie. Si partecipa al loro essere vigili in questo mondo addormentato.

Vivono e respirano più di quanto voi abbiate mai vissuto e respirato.

Lemuria Dixit: Axis Mundi

Axis Mundi. L’asse del mondo. Cos’è? E’ il centro dell’universo, il punto di collegamento tra i piani fondamentali della nostra esistenza: il Cielo, la Terra e gli Inferi. Ogni cultura, ogni società, ogni religione della storia ha individuato il proprio Axis Mundi. Paradossalmente anche l’ateissima società moderna ha un suo Axis Mundi, codificato nei rigidi dogmi della propria nevrosi iconoclasta. Il centro dell’universo può essere ritrovato in un monte, in un albero, in un palazzo o in una città, questo a seconda della cultura. E’ interessante vedere come ogni società umana abbia sviluppato lo stesso identico sistema, rispondendo ad una evidente connessione universale delle menti. O più semplicemente veniamo tutti dallo stesso posto, dallo stesso nucleo, dallo stesso piccolo punto nello spazio infinito. Siamo infinita ripetizione di noi stessi.

Nascono così gli Alberi Sacri, gli Alberi della Vita, nelle credenze dei popoli nordici, sia altaici che germanici e centro-asiatici. Basti pensare al sacro Yggdrasil degli Scandinavi o al Irminsul dei Sassoni, ma non solo: i Tartari Abakan narrano di una betulla che cresce su una montagna di ferro. Persino i Cinesi parlano dell’albero cosmico, che si troverebbe presso della “Capitale perfetta” al centro del mondo: da lì esso collegherebbe le None Sorgenti ai Noni Cieli. Con tutta probabilità l’origine di queste figure è da ricercarsi in Mesopotamia. E dove se no? Infatti l’albero sacro è presente nella tradizione assira come rappresentazione del sovrano assiro in qualità “Axis Mundi”, ovvero di unione tra cielo e terra in quanto rappresentante del cielo sulla terra.

Irminsul

Attraversando l’Oceano Atlantico, oppure l’Oceano Pacifico a secondo del nostro punto di partenza, troviamo i medesimi concetti espressi sia dai Maya che da alcune tribù nordamericane. I Maya in particolare ci parlano del “primo albero” la cui collocazione indicherebbe il centro di tutte le direzioni e di tutti i colori dell’universo; il “primo albero” era Yaxche. Alcune tribù dell’America settentrionale consideravano come centro dell’universo il palo posto al centro del loro villaggio, intorno al quale si svolgevano tutte le attività principali… in questo caso il palo era visto come il sostegno del cielo, punto di contatto diretto con la divinità celeste.

Albero della vita nella Qabbaláh

In tutte queste visioni è centrale l’idea che la comunicazione con la parte più spirituale dell’universo possa avvenire solo attorno all’albero sacro, al palo rituale, al palazzo o alla montagna sacra. Da qui l’importanza del Axis Mundi. E’ in questo luogo che gli esseri umani (ma non solo loro) possono passare da un piano all’altro entrando in comunicazione con elementi che altrimenti rimarrebbero irraggiungibili.

Guai a chi distrugge un Axis Mundi di un altra cultura o religione poiché considerata inferiore, errata o demoniaca. Nei secoli si sono persi sin troppi punti di comunicazione universale per colpa della furia demente di chi pensava di possedere l’unica verità. Vedi quando successo al Irminsul…

Sehnsucht: Darvaza, la porta dell’inferno

L’inferno esiste, dentro di noi, fuori da noi, intorno a noi, creato da noi e vissuto da noi. E’ tangibile, annusabile, palpabile e perfino visibile. Non è mistico e velleitario come il paradiso, brucia, arde, distrugge ed è più vivo della vita stessa. E non c’è nulla che possa ricordarlo anche all’uomo moderno, all’uomo spaesato, come la porta dell’inferno. Per vederla bisogna andare nell’ex URSS. Il panorama delle nazioni emancipatesi al crollo dell’Unione Sovietica (che nasceva tra l’altro il 30 Dicembre del 1922) è assolutamente variegato soprattutto per la vastità del territorio un tempo egemonizzato dai Russi e in parte per l’estrema differenza tra le popolazioni presenti su questi territori. Troviamo così europei a fianco di asiatici, popolazioni con gli occhi a mandorla accanto ai turcomanni, armeni accanto ai biondissimi nordici e così via. La suddivisione amministrativa della Russia era già estremamente complicata durante l’impero zarista e l’Unione Sovietica di fatto ne ricalcò le istituzioni cambiando solo l’impronta politica delle cose; nacquero così una serie di repubbliche, più o meno grandi, che in ogni caso facevano riferimento a Mosca per le direttive principali della vita socio-economica. Alla caduta dell’Unione Sovietica il panorama cambiò di poco: molte delle repubbliche si resero formalmente indipendenti salvo poi formare la C.S.I. (Comunità Stati Indipendenti) sempre Mosco-centrica.

Il Turkmenistan è una di queste repubbliche. E’ una terra di antiche tradizioni la cui popolazione è principalmente di religione musulmana. Posizionata a nord dell’Iran e dell’Afghanistan e con un ampio affaccio ad ovest sul Mar Caspio, in realtà oltre il 70% del suo territorio fa parte del deserto del Karakum. Questo deserto è ricco di giacimenti petroliferi e di gas naturali, proprio da uno di quest’ultimi ha avuto origine la porta dell’inferno, un cratere di 60 metri e profondo 20 creatosi durante un incidente in epoca sovietica (1971, senza vittime) a seguito del quale l’enorme deposito di gas naturale venne incendiato per evitare un disastro naturale. Quando venne appiccato il fuoco gli scienziati pensavano che in poche settimane si sarebbe estinto, invece brucia ancora da allora!

Una porta infernale, creata dagli uomini per gli uomini, visibile a chilometri di distanza nel buio delle notti desertiche. Chiamata Darvaza, che in persiano vuole dire “porta”. E’ un abisso bruciante che ti guarda dentro mentre tu lo osservi. E sai che prima o dopo ne verrai risucchiato, nella mente, nell’anima.

Parlando del Turkmenistan… L’animale più diffuso del paese è il dromedario, tipico animale desertico, ma vi si trovano anche pregevolissime razze equine. I cavalieri turkmeni nel corso dei secoli sono stati sottoposti al dominio arabo, al domino mongolo, al dominio di Tamerlano sino a finire nel 1885 sotto il controllo degli Zar. Oggi il moderno Turkmenistan è una dittatura monopartitica sotto il controllo dell’ex capo del vecchio sistema sovietico. Il nuovo stato si fonda su un profondo nazionalismo turcomanno-centrico che punta all’assoluta salvaguardia e perpetuazione delle antiche tradizioni di quella terra, questo in tutti i campi della vita (si pensi che sono addirittura vietati certi tagli di capelli e di barba). Il paese è comunque poco industrializzato (esclusa la capitale Asgabat) e l’economia si basa principalmente sulle ricchezze del sottosuolo, mentre una vasta fetta della popolazione vive ancora in maniera semi-nomade, quest’ultimo dato di fatto falsifica il dato sulla disoccupazione che risulta essere al 60%… ad ogni modo rimane un paese formalmente povero e la stessa cosa si può dire della sua popolazione.

Asgabat