Prossima Fermata: Santuario della Madonna di Senales

Se mi dovessero chiedere quale è il mio ricordo principale della della Val Senales in Alto Adige direi sicuramente la neve! Del resto un bambino delle elementari è per forza più attratto dal bianco fenomeno atmosferico che da una serie di visite guidate tra musei e luoghi di culto. Quando arrivai in Val Senales dovevo avere intorno ai 7-8 anni. Era quasi primavera… o meglio… era quasi primavera nella pianura emiliana, ma non in quelle valli a 1500 mt d’altezza. Quella era una delle prime volte che andavo in Trentino-Alto Adige, non conoscevo molto al di fuori della mia regione e anche lì in fondo conoscevo davvero poco. In quella gita parrocchiale ci si concentrava molto sull’Alto-Adige, solo qualche anno dopo saremmo andati a vedere per bene in Trentino. Il programma del giorno prevedeva un giro per alcuni santuari più o meno sperduti e la visita in paesi caratteristici della zona, tipo Merano… dove non mancammo di scontrarci con la “simpatia” altoatesina nei confronti degli Italiani.


Una delle prima tappe di giornata doveva essere il Santuario della Madonna di Senales. Un luogo di culto molto suggestivo edificato a partire dal 1306. Il tutto cominciò con il ritrovamento nel 1304 di una statua di faggio della Madonna con bambino, non si sapeva chi l’avesse abbandonata lì, ma sta di fatto che due anni dopo fu edificata una prima chiesetta in suo onore. Nei decenni successivi ci furono piccoli ampliamenti, ma il luogo divenne famoso per i miracoli che vi avvenivano già intorno al 1360. Si susseguono altri ampliamenti che mischiano lo stile romanico a quello gotico e poi al barocco. La struttura esterna venne terminata col campanile a “cipolla” nel 1797 e un secolo dopo la chiesa venne completamente decorata al suo interno col rappresentazioni di diversi santi.

Quando uscimmo dall’albergo il cielo era bianco, quasi fastidioso alla vista. Era un cielo che prometteva neve e ne prometteva anche tanta. Non ci mise molto a scendere una fitta neve che rendeva difficile la vista nell’arco di pochi metri, sembrava quasi di essere nel più riuscito dei Natali! Certo alla gioia di un bambino per la neve face da contrappeso la paura degli adulti per la situazione atmosferica proibitiva. A cucci e spintoni e con un certo ritardo arrivammo a Senales. Il paese, quasi completamente di lingua tedesca, si trova molto a nord, non troppo distante sa Similaun e dal confine austriaco. Nelle vicinanze c’è anche il lago di Vernago, dove poi saremmo andati a mangiare quel giorno. Ad ogni modo quando arrivammo a Senales la neve smise di cadere e il paesaggio assunse un aspetto vagamente spettrale. Il cielo era sempre bianco, così come bianco era il paesaggio tutto intorno a noi. In giro non c’era anima viva, esclusi noi della gita, sembrava un paese fantasma. E c’era silenzio… troppo silenzio. C’era talmente tanto silenzio che ci veniva spontaneo parlare a voce bassa per non disturbarlo. La neve a terra era bianchissima, non come quella sporchiccia che si trovava nelle strade di Bologna. Doveva essere freddo perchè ad ogni respiro emettevamo una nube di aria calda, ma sulla pelle non sembrava così tremenda la temperatura. Tutto quel quadro di sensazioni messe insieme mi faceva pensare di essere in un’età antica, forse proprio nel Medioevo. Eravamo saliti sul pullman nel 1990 e ne eravamo scesi nel 1300.
Visitammo il Santuario e la bellissima chiesa, il tutto in rigoroso silenzio. Accompagnati da un frate spuntato da non si bene quale secolo della storia dell’umanità. Ci raccontò la storia di quel posto, ci mostrò tutti i luoghi più significativi e la statua della Madonna con bambino, così semplice e povera. All’uscita della chiesa ci ritrovammo di nuovo in mezzo alla neve. Il mio primo istinto fu quello di prendere un poco di neve e di mangiarmela! Non che sapesse di qualcosa in particolare, ma lì in quel momento sembrava dovesse essere la cosa più buona del mondo. Tornammo al pullman, ma sembrava che a tutti dispiacesse staccarsi da quel posto, come se ci fosse una sorta di richiamo ancestrale in quella valle. Era indubbiamente un luogo magico e questo fece passare in secondo piano tutto il resto della giornata.

Underpass: Twist in My Sobriety (Tanita Tikaram, 1988)

Verosimilmente i suoni, le musiche, che ascoltiamo nell’infanzia solo quelle che ci restano dentro per tutta la vita con una certa prepotenza. Le canzoni che ci restano in mente successivamente sono sempre legate ad un momento, ad un’azione, ad una persona, ad un sentimento, a qualcosa di specifico e dal tempo limitato… può anche essere un periodo della vita, ma difficilmente supera qualche mese. Le canzoni dell’infanzia invece racchiudono un’intera era, un lasso di tempo che compre almeno i primi 10 anni di vita. Sono nato negli anni ’80 da genitori molto giovani, questo a fatto si che venissi sottoposto ad una cura musicale completamente “eighties”. Erano i mitici primi anni di Videomusic, ben prima che arrivasse la spazzatura di MTV.

Allora c’erano un’infinita di canzoni capaci di catturare l’attenzione e c’era una diversificazione molto più ampia rispetto a quella attuale… citando Adelmo Fornaciari si potrebbe concordare che dopo quel periodo non si sia più inventato nulla, musicalmente parlando… a livello cacofonico invece si è continuato eccome.

Tra le tante canzoni di allora ce n’è una in particolare che ancora oggi è in grado di riaccendere a 360° tutte le sensazioni che provava il bambino di allora e, curiosamente, è un brano che allora non mi piaceva molto, principalmente perchè trovavo triste sia lui che il video. Si tratta di un brano dell’artista britannica (di origini indiane, malesi e borneesi) Tanita Tikaram, che all’epoca del suo primo album (e di questo brano) aveva appena 19 anni ed è ancora oggi in attività. Il brano è Twist in My Sobriety.

Il video era girato tutto in color seppia, una tecnica che allora andava molto, e mostrava diversi paesaggi desolati dell’Altipiano Plateau della Bolivia. Il testo della canzone allora non potevo comprenderlo, ma si tratta di una vera e propria poesia… il mix tra il testo, la musica e le immagini è di una perfezione assoluta poichè concorrono tutti insieme nella creazione di un unicum potente, invasivo a tratti straziante nella sua intensità.

Era il 10 ottobre 1988 quando la canzone uscì come secondo singolo dell’album Ancient Heart. Il video, diretto da Gerard de Thame, uscì quasi in contemporanea e lo vidi un’infinità di volte su Videomusic… da tutte le immagini che è in grado di evocare nella mia mente potrei giurare che lo passassero nel pomeriggio intorno alle ore 17, l’ora del thè per intenderci, un rituale che a casa abbiamo sempre conservato pur non essendo britannici.

Allora non mi piaceva… troppo triste per un bambino. Ci sono voluti 30 anni di tempo affinchè fossi in grado di comprendere appieno la bellezza di questa canzone… 1988 – 2018… 30 anni… la passavano tutti i giorni e non la sopportavo… adesso vado a cercare tutti i giorni il video su youtube!

Prossima Fermata: Stresa

Devo dire che provo sempre un che di nostalgico quando devo descrivere i miei passaggi in Piemonte, una terra che amo profondamente per il suo essere così maledettamente intrappolata in un “tempo senza tempo”, dove si scontrano il nuovo e l’antico mantenendosi sempre ad una distanza di sicurezza, come se si trattasse di un antico duello con la pistola. Ripensando a quella terra il primo sussulto non me lo da ripensare alle sue splendide città bensì ricordare le emozioni provate tanti anni or sono sulle rive del Lago Maggiore in una tre giorni di gita con visita alle Isole Borromee. Partiamo dal presupposto che è la prima esperienza lacustre che mi ricordo, anche se in realtà avevo già visto il Lago di Garda, ma ero troppo piccolo per averne memoria. Il lago era un pò un qualcosa di nuovo e misterioso, pensare a così tanta acqua chiusa in un bacino mi lasciava perplesso e le  mie conoscenze di geografia non mi permettevano ancora di intuire che in realtà quell’acqua non fosse fissa lì in eterno a ristagnare come in un palude bensì fosse in transito dalle montagne verso il mare lungo il corso del fiume Ticino!

Tra l’altro il primo impatto col lago fu notturno per cui camminavo con mio nonno lungo le rive mi fermavo di tanto in tanto a guardare quelle acque nere sin troppo tranquille che in fondo ci stavano osservando (o quanto meno questa era la mia sensazione da film horror). Il mio pensiero principale era che mai e poi mai sarei salito su una barca il giorno dopo per andare a visitare delle fantomatiche isole che non riuscivo ad intravvedere nel buio, isole della cui esistenza iniziai a dubitare nel corso della sera finchè una cartina geografica non riportò la calma.

Stresa in ogni caso è un piccolo paese concentrato sul lago, anche se il suo comune abbraccia sia una parte delle montagne circostanti sia tre delle quattro Isole Borromee. Dire che è un luogo di interesse culturale è dire davvero poco dal momento che vi si svolge annualmente un festival musicale sin dal 1961, inoltre il Premio Stresa di Narrativa prende proprio il nome e ha sede nel piccolo centro piemontese (premio vinto per esempio nel 2004 da Antonia Arslan con “La masseria delle allodole”).

Alla fine tutto si risolve per il meglio e andai anche a visitare le famigerate isole che al buio non riuscivo a vedere! Non starò qui a delucidare in merito, ma sappiate che sono dei posti stupendi e che visitarle non può che farvi bene, specialmente l’Isola Bella con il suo Palazzo Borromeo e i giardini meravigliosi intorno ad esso.

Curiosità frivola: a Stresa si sono svolte le prime finali di Miss Italia tra il 1946 e 1949 (ah, no?!)