Storia: Aprile 1916

La Grande Guerra affrontava la sua seconda primavera di combattimenti nel pieno sviluppo dell’intenso massacro di Verdun. Fiumi di sangue scorrevano su tutti i fronti, senza che il pesante tributo pagato portasse ad un reale risultato tattico o territoriale. Tutte le risorse umane venivano lanciate nel tritacarne delle trincee. Al fronte combattevano uomini di tutti i continenti, chiamati a combattere per una patria lontana che il più delle volte era una semplice potenza colonizzatrice. E così la Francia schierava fucilieri del Senegal, truppe dal Nord Africa e soldati della lontana Indocina. La Gran Bretagna aveva impegnato a fondo gli Australiani e i Neozelandesi nel massacro di Gallipoli e non lesinava nell’utilizzo dei Canadesi e della moltitudine di etnie provenienti dall’India. Il vasto Impero zarista schierava nelle sue fila etnie estremamente differenti, ma tutto sommato fedeli a Santa Madre Russia. Al contrario l’esercito di Vienna era composto da troppe etnie che non vedevano l’ora di affrancarsi dal morente impero. Leggermente differente la situazione dell’Impero Ottomano. La Germania e l’Italia potevano permettersi di usare le truppe coloniali solo nei territori delle colonie e non altrove.

Soldati indocinesi in Francia

Come è facile immaginare non tutti gli uomini erano felici di andare a combattere nei pantani europei per aiutare i propri colonizzatori a conquistare duecento metri di fango in più. E se non si trattava del fango europeo poteva benissimo essere il deserto della Mesopotamia. La propaganda britannica continuava a ripetere che la missione principale dei suoi eserciti era quella di liberare le popolazioni che subivano l’occupazione delle truppe del Sultano… chissà cosa ne pensavano i soldati Indiani costretti ad affrontare le mortali battaglie nel deserto per liberare altri popoli senza essere a propria volta liberi. Il 29 Aprile 1916 terminò l’assedio di Kut (di cui abbiamo già parlato diverse volte) e circa 13.000 soldati tra Inglesi ed Indiani furono fatti prigionieri dopo 147 giorni di disperata resistenza. Durante la prigionia ad Aleppo il 60% di loro perse la vita sopratutto a causa della malnutrizione e delle malattie.

Combattere durante la Grande Guerra portò molti uomini delle colonie a sviluppare un forte sentimento indipendentista che nei decenni successivi sarebbe emerso con sempre maggiore forza. Ma non c’era bisogno di andare troppo lontano dai campi di combattimento delle Fiandre per trovare un popolo sottomesso da una potenza straniera, costretto a subirne le angherie e a dover servire nelle “sue” guerre… no, bastava recarsi a Dublino, in Irlanda.

Rivolta di Pasqua 1916

L’Irlanda di inizio ‘900 stava cercando di muovere i passi istituzionali per cercare di emanciparsi dalla corona inglese, la quale non aveva alcuna intenzione di lasciare libera l’isola, nonostante avesse concesso alcune timide forme di autogoverno. In ogni caso l’Irlanda si trovava nelle stesse identiche condizioni dell’Australia, della Nuova Zelanda e del Canada: doveva inviare i suoi uomini a combattere per la causa britannica. Per gli Inglesi questo obbligo divenne un boomerang in grado di generare un fortissimo malcontento nella popolazione irlandese. La Germania colse l’occasione al volo (come avrebbe fatto l’anno successivo finanziando Lenin) per destabilizzare il suo grande nemico e fece in modo di far arrivare sulle coste irlandesi una buona dose di armi ad uso e consumo dei gruppi ribelli già attivi sull’isola. Il 24 Aprile 1916 gli Irish Volunteers di Patrick Henry Pearse insieme alla Irish Citizen Army di James Connolly diedero il via all’insurrezione occupando i punti chiave di Dublino. Venne proclamata la Repubblica Irlandese. Gli Inglesi per tutta risposta attaccarono le postazioni dei ribelli utilizzando anche una nuova arma che non aveva ancora avuto un vero e proprio impiego sui campi europei: il carro armato. In 5 giorni la rivolta venne sedata e i principali insorti catturati. Pearse, Connolly ed altri 14 patrioti vennero passati per le armi. L’esperienza della Rivolta di Pasqua (perchè nel 1916 quella fu la settimana di Pasqua) sarebbe stata propedeutica al successivo sviluppo della causa irlandese e la violenta reazione britannica non fece altro che alienarle le simpatie di molti paesi occidentali che cominciavano a capire la reale portata del disegno britannico: gli Inglesi non si erano mossi in guerra per liberare i popoli domati da potenze straniere malvagie… gli Inglesi erano dominatori come tutti gli altri e forse pure peggio degli altri.

Storia: Bokassa I

Si può affermare con assoluta certezza che non vi siano persone più eccentriche sulla terra se non i dittatori africani. Questi riescono a combinare la sete di potere e la paranoia del controllo (tipiche dei dittatori di tutti i continenti) con un instancabile gusto per l’eccesso. Abbiamo parlato in precedenza di Idi Amin Dada, anche se lo abbiamo fatto raccontando un film, oggi invece ci occupiamo di un personaggio altrettanto eccentrico. Se Amin è stato l’ultimo Re di Scozia oggi andremo a conoscere il primo ed ultimo Imperatore dell’Impero Centrafricano: Jean-Bedel Bokassa.

Bokassa e Amin Dada

Sua maestà Bokassa I nacque nel 1921 nell’allora colonia dell’Africa Equatoriale Francese (attualmente Repubblica Centrafricana), figlio di un capo di villaggio, in una zona a 80 km da Bangui. Il padre morì cercando di resistere al dominio francese e la madre si suicidò dopo la morte del marito. Rimasto orfano venne fatto istruire dai parenti in una scuola di missionari cattolici. Una volta diplomatosi lavorò come cuoco a Brazzaville per poi arruolarsi nel 1939 nell’esercito della Francia Libera combattendo durante la Seconda Guerra Mondiale, diventerà Sergente Maggiore e verrà decorato con la Legion d’Onore e la Croce di Guerra. Dopo aver frequentato una scuola per ufficiali in Senegal venne trasferito in Indovina, dove prestò servizio attivo fino al marzo 1953, combattendo quindi nella disastrosa Guerra d’Indocina. Nel 1961 raggiunse il grado di Capitano e l’anno dopo lasciò l’esercito francese per arruolarsi in quello della neonata Repubblica Centrafricana.

Il capo di stato era suo cugino David Dacko e Bokassa era sicuramente uno dei militari con la maggior esperienza di tutto l’esercito appena costituitosi, per questo motivo in breve tempo venne nominato Colonnello con la funzione di capo di stato maggiore delle forze armate. Alla fine del 1965 il giovane paese africano versava in gravi difficoltà economiche e il governo di Dacko era diventato inviso alla maggioranza della popolazione, per questo motivo il 1 Gennaio 1966 Bokassa guidò con un successo un colpo di stato proclamandosi presidente della repubblica, abolendo pochi giorni dopo la costituzione del 1959 ed iniziando a governare tramite decreto. Nel corso degli anni riuscì a consolidare il suo potere, resistette a due tentati colpi di stato (1969 e 1974) e nel 1972 si proclamò presidente a vita.

Nel 1976, per alcuni mesi, abbracciò la fede islamica: questo solo per ottenere aiuti economici dalla Libia di Gheddafi. Nello stesso anno sciolse il governo e trasformò la repubblica in monarchia sancendo la nascita dell’Impero Centrafricano. Il 4 dicembre 1977 si autoproclamò imperatore col nome di Bokassa I. Il nuovo imperatore subiva il fascino della figura di Napoleone e per la sua incoronazione non badò a spese: la sua corona era in oro massiccio con ben 5.000 diamanti, il suo trono a forma di aquila era in bronzo dorato e costellato da 785.000 perle ed oltre un milione di cristalli. Si stima che le spese della sola incoronazione superarono i 20 milioni di dollari. Nonostante fossero stati diramati moltissimi inviti, quasi nessun leader straniero partecipò all’evento. Bokassa sperava di far guadagnare prestigio e visibilità internazionale al suo paese, ma rimase profondamente deluso dal mal celato disappunto con cui lo trattavano gli altri capi di stato.

Nei primi anni dell’Impero lo stato assunse una forma sempre più dittatoriale, torture ed omicidi politici erano all’ordine del giorno, ma Bokassa poteva godere dell’appoggio della Francia, lautamente rifornita di Uranio per il suo programma nucleare.

Nel 1979 a seguito di una rivolta sedata nel sangue, il cui eco rimbalzò su tutti i giornali del mondo, la Francia interruppe gli aiuti economici a Bokassa. Nella rivolta morirono oltre 100 giovani studenti e circolò la voce che lo stesso Imperatore avesse torturato e addirittura mangiato alcuni di questi rivoltosi. L’ex presidente Dacko riuscì ad ottenere l’aiuto del governo francese e riuscì ad organizzare un colpo di Stato il 20 settembre 1979, con l’intervento diretto delle truppe francesi, il tutto mentre l’Imperatore si trovava in Libia. Bokassa si rifugiò in Costa d’Avorio e vi rimase per quattro anni, nel frattempo in patria un tribunale speciale lo aveva condannato a morte in contumacia. Nel 1985 decise di trasferirsi in Francia in un castello che aveva comprato non lontano da Parigi.

Nel 1986 tornò nella Repubblica Centrafricana durante un nuovo tentativo di colpo di stato, cercando di tornare disperatamente al potere, ma senza riuscirci. Arrestato, vene processato per alto tradimento, assassinio, cannibalismo (da questa accusa venne scagionato) e appropriazione indebita. Venne condannato a morte nel 1987, ma la pena venne commutata in ergastolo ed infine ridotta a venti anni di carcere. Nel 1993 godette di una amnistia nazionale e rimase a vivere in una villa nella periferia di Bangui. Per tutti gli ultimi anni della sua vita dichiarò il suo disappunto verso la Francia, colpevole di averlo tradito nonostante tutti i servigi da lui resi a Parigi. Nella sua vita, conclusasi il 3 novembre 1996 con un infarto, ebbe qualcosa come 19 mogli e 40 figli, tra cui Jean-Bedel Bokassa II, capo della casa imperiale Bokassa in esilio in Francia.

Bokassa e Ceausescu

Film: Indocina (1992, Régis Wargnier)

Nella storia del colonialismo europeo si può osservare uno strano fenomeno, ogni paese colonizzatore ha mantenuto nel suo immaginario collettivo un legame “sentimentale” con almeno una delle sue ex colonie, non riuscendo quasi a superare l’ idea che le due entità statali ormai siano separate e che i loro destini siano indipendenti gli uni dagli altri. Resta una forte traccia quasi romantica che a livello culturale trova sfogo spesso e volentieri nella produzione di film storici in costume, ma anche di film ambientati ai giorni nostri. Prendendo per esempio l’ Inghilterra risulta evidente ancora oggi il forte legame passionale con l’ India… se pensiamo all’Italia come non pensare subito all’Eritrea, oppure all’Angola per il Portogallo, sino ad arrivare alla Francia e alle sue tormentate storie con l’ Algeria e l’ Indocina francese (oggi Laos, Vietnam e Cambogia).

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Catherine Deneuve e Linh Đan Phạm, le due protagoniste femminili

Indocina, film ovviamente francese, si svolge appunto nell’omonima colonia tra gli anni ’20 e gli anni ’50, ripercorrendo così gli ultimi anni di dominio coloniale prima della divisione della nascita dei due Vietnam. In realtà il contesto storico fa da sfondo a due storie d’amore molto diverse tra loro, accomunate da una disperazione di fondo e dall’impossibilità di giungere ad una conclusione felice… un pò come la storia d’amore tra la Francia e l’ Indocina.

Due cose colpiscono del film. La prima è l’ impatto visivo dell’Indocina che appare sempre come un mondo incantato, con paesaggi di una bellezza commovente. La seconda è l’immagine impotente e sempre in balia della corrente che si respira intorno alla Francia ed ai suoi coloni… quasi che fosse l’Indocina ad aver colonizzato e dominato la Francia e non viceversa.

Assolutamente da vedere.

Vincent Perez Indocina
INDOCHINE, Vincent Perez, 1992. ©Sony Pictures Classics

“Forse la giovinezza non è altro che credere che il mondo sia fatto di cose inseparabili: gli uomini e le donne, le montagne e le pianure, gli esseri umani e gli dèi, l’Indocina e la Francia.”