Sturm und Drang: Il dopo delle cose

A volte mi chiedo cosa ne sarà delle mie cose dopo la mia morte. Vedendo decine di volte la roba dei defunti presa e buttata… scartata, rigettata, abbandonata… sono solo cose, oggetti, per carità. Però avranno pur significato qualcosa per chi le aveva comprate e custodite per anni. E quindi che ne sarà delle mie cose, che non sono tante per carità… che ne sarà? Non sarebbe meglio fare come i faraoni dell’antico Egitto e farsi seppellire con le proprie cose? 

Solo quelle essenziali ovviamente, non tutte a 360°. Basterebbe lasciare un elenco scritto. Chi vuole ci si farebbe cremare, gli altri ci si farebbero seppellire e basta. Niente sacchi di oggetti buttati, niente ricordi svaniti. La materia con la materia e buona pace per l’anima. 

Che poi mi faccio domande del genere solo pensando ai miei animali di peluche… sono diventato pazzo? Forse lo sono già da un pezzo… e non c’è più nulla da fare…

Sturm und Drang: Emilio Salgari, un uomo sconfitto

Da bambino leggevo, come tanti altri, i romanzi di avventura di Salgari. E devo confessarlo: preferivo i suoi racconti a quelli di Verne. Questo probabilmente perchè ero più affascinato dai luoghi esotici rispetto al mistero ed alla scienza, già allora sfogliavo continuamente un librone di storia (per bambini) pieno di illustrazioni e poco a poco me lo ero letto tutto. E quanto mi piaceva la storia delle esplorazioni geografiche, sognavo spesso di vestire i panni dell’avventuriero del ‘500 o dei secoli successivi, sognavo di addentrarmi nella giungla e di trovare misteriose città di antiche civiltà scomparse… e in tutto questo le avventure di Salgari mi aiutavano non poco. Poi uno cresce e passa ad altre letture, scopre decine (centinaia) di autori e si perde nella lettura dei testi più disparati e magari si dimentica dell’amico Salgari nascosto negli angoli più alti della libreria.

Salgari aveva un dono grandissimo: una poderosa fantasia che gli permetteva di scrivere e raccontare di mondi che non aveva mai visto dal vivo. Si basava su resoconti di viaggiatori, esploratori e giornalisti e da lì traeva spunto per ambientare le sue avventure. Detto così sembra una cosa facile, ma non lo è per niente… un conto è inventarsi di sana pianta un mondo fantasioso, un conto è descrivere un qualcosa che si conosce bene e un conto è parlare in maniera esaustiva e reale di un luogo che non si è mai visto neppure alla lontana. Beh, lui ci riusciva.E i suoi romanzi erano talmente veri che per anni avevo pensato che quell’uomo avesse viaggiato in lungo e in largo per il globo. Ma non era così… lui non aveva viaggiato tanto, si era spostato dalla sua Verona a Torino e forse poco altro. Davvero.

Eppure questo uomo così pieno di idee era anche tremendamente sfortunato. Era nato nel 1862 e quando aveva 25 anni sua madre era venuta a mancare per malattia. Salgari già allora lavorava come redattore per L’Arena (giornale veronese) e aveva già scritto il suo primo romanzo… era un giovane davvero promettente. Poi nel 1889 un’altra triste vicenda familiare: suo padre credendosi malato in maniera terminale si tolse la vita gettandosi da una finestra. Da quel momento la vita di Salgari inizia a postarsi dal Veneto verso il Piemonte. Prima si sposa con una attrice di teatro (Ida Peruzzi), trova un editore nel torinese e comincia la sua vastissima produzione di romanzi, nel frattempo nascono i suoi quattro figli a cui darà dei nomi esotici: Nadir, Omar, Romero e Fatima. Nel 1897 Sua Maesta Margherita di Savoia lo fece insignire del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia.

Si sa anche oggi che allevare una famiglia con quattro figli non è molto facile in termini economici (salvo alcune ricchissime famiglie) e i Salgari non nuotavano certo nell’oro. Ad aggravare il tutto nel 1903 la signora Ida cominciò a dare segni di follia e col passare degli anni la sua malattia andò peggiorando sino a quando nel 1910 dovettero rinchiuderla in manicomio. Potete immaginare il dramma per la famiglia. Salgari doveva lavorare a ritmi serratissimi per tirare avanti la famiglia e provvedere alla cure della moglie… le sue giornate passavano ininterrottamente allo scrittoio con sigarette su sigarette, troppo vino e tanta insonnia. Nessuno reggerebbe a lungo una situazione del genere, prima o poi si crolla per forza.

Il tracollo. Il 25 Aprile 1911 Emilio Salgari esce di casa per non farvi mai più ritorno. Lascia una lettera drammatica ai suoi figli insieme a quei pochi soldi che gli sono rimasti. Trova un posto isolato e si uccide. Ma non si uccide alla maniera occidentale, non si impicca o si taglia vene, non si avvelena o si spara in testa… no. Lui decide di fare harakiri squarciandosi il ventre e la gola con un rasoio, alla maniera orientale, quasi si trattasse di una delle sue opere. E’ così che muore Emilio Salgari, sconfitto dalla vita e dalla malasorte.

La famiglia Salgari non ebbe molta fortuna neppure dopo la morte del grande scrittore. La giovane Fatima morì di tubercolosi nel 1914, la moglie morì in manicomio nel 1922, Romero si suicidò nel 1931 e Nadir morì dopo un incidente in modo nel 1936. L’ultimo rimasto, Omar, si suicidò nel 1963 scegliendo la stessa modalità di suo nonno. Una famiglia segnata dal tragico marchio del suicidio. Ed è triste pensare che un uomo come Salgari, che in fondo coi suoi romanzi ha cresciuto così tanti di noi, sia stato castigato così dalla sorte. Ma la vita è anche questo, con il rasoio ha posto fine alle sue sofferenze terrene, con la sua penna si è guadagnato l’eterno ricordo degli uomini.

Tu lo dici #122

Gli uomini mi hanno definito pazzo, sebbene non risulti ancora chiaro se la pazzia sia, o no, il grado più alto dell’intelletto, e se molto di quanto dà gloria e tutto ciò che rende profondi non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione dello spirito, a spese dell’intelletto in genere.

(Poe E.A.)

Sturm und Drang: Risvegli amari

Aprire gli occhi e desiderare di andare a fare una passeggiata in un luogo meraviglioso, di pace ed armonia, un luogo fatto di canali, palazzi antichi con le mura rosse, grandi piazze silenziose… giù fino al porto, guardando da un promontorio i traghetti che partono.

Poi rendersi conto di non essere in quel mondo. Dopo interi minuti di sfrenato desiderio di armonia. 

Non esiste quel posto. E’ nella mia testa… non esiste da nessuna parte. E’ un collage di immagini mentali di diverse città montate tutte assieme. Quella pace e quella tranquillità esistono solo nei miei sogni.

E’ la beffa. E’ l’impossibilità della ragione nell’esistenza. Pura utopia. 

E adesso? Come posso passeggiare in pace se non nei miei sogni? Come faccio a vivere in questa dimensione se è l’altra a cui appartengo?

Tu lo dici #71

Non credo che una guerra combattuta con le bombe atomiche spazzerà via la civiltà. Forse potranno rimanere uccisi due terzi della popolazione della terra. Ma resterebbe un sufficiente numero di uomini capaci di pensare e un sufficiente numero di libri per consentire di ricominciare daccapo e restaurare la civiltà.

(Einstein A.)