Deep Space 19: la terra avrà i suoi anelli?

L’uomo è un animale tremendo, mediamente stolto in tutto ciò che fa, nonostante sia capace anche di grandi scoperte e grandi invenzioni… ma spesso l’uso che fa di queste innovazioni è quanto meno discutibile. Sembra quasi che rovinare ciò che lo circonda sia più forte di lui… come se nel suo DNA vi fosse qualcosa di tremendamente sbagliato. Che si tratti del nostro pianeta (che, vale la pena di ricordare, è unico per noi) sia che si tratti dello spazio.

L’esplorazione dello spazio, avviata durante la Guerra Fredda ci ha portato a fare grandi scoperte e, chi più chi meno, ci ha affascinato tutti. Quello che però molti non sanno è che per ogni lancio effettuato nello spazio vengono poi lasciati in loco centinaia di rifiuti: pezzi di razzi, detriti di macchinari, satelliti in disuso abbandonati. Vista la nostra capacità di spingerci principalmente nello spazio più adiacente al nostro pianeta, la maggior parte di questi rifiuti spaziali si trova tutta attorno alla terra! I numeri di questa discarica a “cielo aperto” sono impressionanti e ci vengono forniti dalla stessa NASA. Non si tratta di dati certi al 100%, ma di stime… l’effetto comunque non cambia.

170.000.000 di detriti di dimensioni inferiori al centimetro
500.000 detriti di dimensioni comprese tra 1 e 10 centimetri
23.000 detriti di dimensioni maggiori di 10 centimetri

Tutti scarti che ruotano attorno a noi e che talvolta vengono ad impattare sul suolo terrestre.

Alcuni ricercatori, in particolare Jake Abbott dell’Università dello Utah, hanno di recente posto l’accento sul problema cercando si sensibilizzare sia l’opinione pubblica che le agenzie spaziali. In maniera provocatoria (ma fino ad un certo punto) hanno descritto, in un futuro non troppo lontano, il nostro circondato da anelli come Saturno, ma nel nostro caso si tratterebbero di anelli composti da rifiuti prodotti dall’uomo. Un’immagine efficace quanto allarmante.

Lo stesso Abbott, insieme al suo team di studio, sta cercando di elaborare delle soluzioni pratiche al fine di evitare un disastro del genere. Bisognerà poi capirne l’efficacia ed i costi… ma la vera domanda è: per quanto tempo ancora l’uomo abuserà della pazienza dell’universo?

Deep Space 19: Oumuamua

Avete mai sentito parlare degli oggetti interstellari? Essi sono oggetti astronomici che non sono legati a livello gravitazionale ad una precisa stella… quindi essi viaggiano, spostandosi da un sistema all’altro. Ne esiste uno anche nel nostro sistema solare ed è stato individuato per la prima volta nel 2017… il luogo del primo avvistamento, l’osservatorio di Pan-Starrs nelle Hawaii, ha fatto si che gli sia stato dato un nome che altamente esotico. Ovviamente esso viene anche identificato con una sigla: 1I/2017 U1. Però il so suo nome è “Oumuamua” che in hawaiano vuol dire “messaggero che viene da lontano”… molto poetico. Questo oggetto, dalla particolare forma simile ad un pancake, viaggia attualmente a 87,3 Km al secondo e sta seguendo una traiettoria che lo sta conducendo verso l’esterno del nostro sistema solare. 

Osservatorio di Pan-Starrs

Ci furono molti dibattiti scientifici per capire la natura di questo oggetto, avendo alcune caratteristiche simili alle comete ed altre simili agli asteroidi. Gli studiosi hanno ipotizzato che, al momento del suo ingresso nel nostro sistema, avesse una massa molto più grande di quella attuale… si dice che abbia perso il 95% della sua massa durante il passaggio ravvicinato col sole! Ma come si è formato Oumuamua? Da dove ha avuto origine? 

Secondo alcuni studiosi dell’Università dell’Arizona (Alan Jackson e Steven Desch) potrebbe trattarsi di un oggetto formatosi in una zona extrasolare molto simile alla nostra Fascia di Kuiper! Quindi potrebbe trattarsi di un frammento distaccatosi da un corpo planetario simile a Plutone. Questa ipotesi viene sostenuta mediante l’analisi della composizione di questo oggetto… se così fosse Oumuamua potrebbe essersi staccato dal suo corpo planetario circa mezzo miliardo di anni fa, questo ne spiegherebbe l’attuale forma e dimensione. 

In molti speravano di veder giungere una qualche navicella dal di fuori del nostro sistema solare… ma per ora dovranno accontentarsi di Oumuamua… che nella sua semplicità è comunque straordinario ed affascinante!

Riletture spaziali 2020

Stanno per uscire alcuni nuovi articoli sullo spazio, ma nel frattempo vi invito a rileggere alcuni di quelli del 2020:

1) Vyommitra e il futuro degli automi

2) SpaceX ed il futuro prossimo

3) c’è vita nella nostra galassia?

4) Plutone, cuore di ghiaccio

5) Magnetar

BUONA RILETTURA

Deep Space 19: Olympus Mons

Il monte Everest è la montagna più alta del nostro pianeta e si eleva per ben 8.848,86 metri sopra al livello del mare. E’ imponente, magnifico, pericoloso ed al contempo affascinante. Eppure non è il monte più alto del nostro sistema solare. Il primato è detenuto dall’imponente Olympus Mons, su Marte, il quale si innalza per oltre 27.000 metri… si avete capito bene… si tratta di oltre 27 km! Trovandosi però inserito in una zona depressiva profonda 2.000 metri ne risulta che, rispetto alla superficie di Marte, esso si eleva per “appena” 25 km. La sua base ha un diametro di oltre 600 km e le sue dimensioni lo rendono apprezzabile solo dall’orbita (sia dalla base che dalla cima sarebbe impossibile comprenderne l’imponenza). Essendo comunque più largo che alto ne risulta che la pendenza del monte sia molto lieve.

Olympus Mons è un vulcano a scudo, molto simile a quelli che possiamo trovare alle Hawaii per intenderci, e potrebbe essere ancora parzialmente attivo, ma la questione è dibattuta ed incerta. Si stima che abbia 200 milioni di anni, sarebbe quindi un giovincello nella scala dei tempi geologici di Marte. Nella geografia marziana è parte della regione vulcanica di Tharsis, una zona che contiene diversi vulcani a scudo più piccoli del nostro amico, ma comunque imponenti: Arsia Mons (19 km), Pavonis Mons (14 km) e Ascraeus Mons (18 km)… questi tre sono noti come Tharsis Montes.

 

Olympus Mons fu osservato per la prima volta da un Italiano, Giovanni Schiaparelli, nel 1877. Durante l’osservazione rimase molto colpito da un particolare bagliore che gli ricordava quello di cima innevata, che chiamò Nix Olympica (Neve dell’Olimpo), quel particolare fenomeno probabilmente era dovuto all’anidride carbonica ghiacciata.

Deep Space 19: Plutone, cuore di ghiaccio

“Sono piccolo e nero e mi chiamo Calimero!” Così potrebbe tranquillamente esclamare il pianeta Plutone, un tempo ultimo pianeta del Sistema Solare, oggi declassato a pianeta nano e, con la scoperta di Eris, Makemake e Haumea, quartultimo del nostro sistema planetario. Questo non sminuisce l’interesse che gli studiosi hanno nei confronti di Plutone, anzi.

Sono passati 5 anni (era il 14 luglio 2015) quando la sonda New Horizons (lanciata dalla Nasa nel 2005) sorvolava per la prima volta questo piccolo pianeta, inviandoci immagini uniche e dati importantissimi. Gli scienziati, dopo attente analisi, hanno ipotizzano che esista un vasto oceano liquido sotto la superficie del pianeta, questo oceano contribuisce a rendere il pianeta molto attivo dal punto di vista tettonico e vulcanico. In questo caso non parliamo di emissioni di lava come quella che siamo abituati a vedere sulla terra bensì di criolava (materiale ghiacciato). Ma non solo… è stato scoperto un bacino ghiacciato sulla superficie. Plutone avrebbe dunque un cuore ghiacciato in grado di regolarne il clima e l’atmosfera.

La superficie del pianeta è disseminata di formazioni collinari e dune formate da metano ghiacciato. Al contrario di tanti altri pianeti presenta pochi segni di impatto con altri corpi celesti, vi sono dunque pochissimi crateri. Questo vale sia per il pianeta che per il suo satellite, Caronte. Questo significa che la porzione di spazio in cui orbita Plutone deve essere molto tranquilla.

E New Horizons che fine ha fatto? Dopo aver oltrepassato 486958 Arrokoth, un asteroide binario della fascia di Kuiper conosciuto come Ultima Thule, ha proseguito il suo viaggio verso l’infinito. La Nasa ipotizza la fine della sua missione per il 2026, se così non dovesse essere è previsto che la sonda nel 2038 raggiunga una distanza di 100 UA dal Sole!!!