Deep Space 19: Oumuamua

Avete mai sentito parlare degli oggetti interstellari? Essi sono oggetti astronomici che non sono legati a livello gravitazionale ad una precisa stella… quindi essi viaggiano, spostandosi da un sistema all’altro. Ne esiste uno anche nel nostro sistema solare ed è stato individuato per la prima volta nel 2017… il luogo del primo avvistamento, l’osservatorio di Pan-Starrs nelle Hawaii, ha fatto si che gli sia stato dato un nome che altamente esotico. Ovviamente esso viene anche identificato con una sigla: 1I/2017 U1. Però il so suo nome è “Oumuamua” che in hawaiano vuol dire “messaggero che viene da lontano”… molto poetico. Questo oggetto, dalla particolare forma simile ad un pancake, viaggia attualmente a 87,3 Km al secondo e sta seguendo una traiettoria che lo sta conducendo verso l’esterno del nostro sistema solare. 

Osservatorio di Pan-Starrs

Ci furono molti dibattiti scientifici per capire la natura di questo oggetto, avendo alcune caratteristiche simili alle comete ed altre simili agli asteroidi. Gli studiosi hanno ipotizzato che, al momento del suo ingresso nel nostro sistema, avesse una massa molto più grande di quella attuale… si dice che abbia perso il 95% della sua massa durante il passaggio ravvicinato col sole! Ma come si è formato Oumuamua? Da dove ha avuto origine? 

Secondo alcuni studiosi dell’Università dell’Arizona (Alan Jackson e Steven Desch) potrebbe trattarsi di un oggetto formatosi in una zona extrasolare molto simile alla nostra Fascia di Kuiper! Quindi potrebbe trattarsi di un frammento distaccatosi da un corpo planetario simile a Plutone. Questa ipotesi viene sostenuta mediante l’analisi della composizione di questo oggetto… se così fosse Oumuamua potrebbe essersi staccato dal suo corpo planetario circa mezzo miliardo di anni fa, questo ne spiegherebbe l’attuale forma e dimensione. 

In molti speravano di veder giungere una qualche navicella dal di fuori del nostro sistema solare… ma per ora dovranno accontentarsi di Oumuamua… che nella sua semplicità è comunque straordinario ed affascinante!

Riletture spaziali 2020

Stanno per uscire alcuni nuovi articoli sullo spazio, ma nel frattempo vi invito a rileggere alcuni di quelli del 2020:

1) Vyommitra e il futuro degli automi

2) SpaceX ed il futuro prossimo

3) c’è vita nella nostra galassia?

4) Plutone, cuore di ghiaccio

5) Magnetar

BUONA RILETTURA

Deep Space 19: Olympus Mons

Il monte Everest è la montagna più alta del nostro pianeta e si eleva per ben 8.848,86 metri sopra al livello del mare. E’ imponente, magnifico, pericoloso ed al contempo affascinante. Eppure non è il monte più alto del nostro sistema solare. Il primato è detenuto dall’imponente Olympus Mons, su Marte, il quale si innalza per oltre 27.000 metri… si avete capito bene… si tratta di oltre 27 km! Trovandosi però inserito in una zona depressiva profonda 2.000 metri ne risulta che, rispetto alla superficie di Marte, esso si eleva per “appena” 25 km. La sua base ha un diametro di oltre 600 km e le sue dimensioni lo rendono apprezzabile solo dall’orbita (sia dalla base che dalla cima sarebbe impossibile comprenderne l’imponenza). Essendo comunque più largo che alto ne risulta che la pendenza del monte sia molto lieve.

Olympus Mons è un vulcano a scudo, molto simile a quelli che possiamo trovare alle Hawaii per intenderci, e potrebbe essere ancora parzialmente attivo, ma la questione è dibattuta ed incerta. Si stima che abbia 200 milioni di anni, sarebbe quindi un giovincello nella scala dei tempi geologici di Marte. Nella geografia marziana è parte della regione vulcanica di Tharsis, una zona che contiene diversi vulcani a scudo più piccoli del nostro amico, ma comunque imponenti: Arsia Mons (19 km), Pavonis Mons (14 km) e Ascraeus Mons (18 km)… questi tre sono noti come Tharsis Montes.

 

Olympus Mons fu osservato per la prima volta da un Italiano, Giovanni Schiaparelli, nel 1877. Durante l’osservazione rimase molto colpito da un particolare bagliore che gli ricordava quello di cima innevata, che chiamò Nix Olympica (Neve dell’Olimpo), quel particolare fenomeno probabilmente era dovuto all’anidride carbonica ghiacciata.

Deep Space 19: Plutone, cuore di ghiaccio

“Sono piccolo e nero e mi chiamo Calimero!” Così potrebbe tranquillamente esclamare il pianeta Plutone, un tempo ultimo pianeta del Sistema Solare, oggi declassato a pianeta nano e, con la scoperta di Eris, Makemake e Haumea, quartultimo del nostro sistema planetario. Questo non sminuisce l’interesse che gli studiosi hanno nei confronti di Plutone, anzi.

Sono passati 5 anni (era il 14 luglio 2015) quando la sonda New Horizons (lanciata dalla Nasa nel 2005) sorvolava per la prima volta questo piccolo pianeta, inviandoci immagini uniche e dati importantissimi. Gli scienziati, dopo attente analisi, hanno ipotizzano che esista un vasto oceano liquido sotto la superficie del pianeta, questo oceano contribuisce a rendere il pianeta molto attivo dal punto di vista tettonico e vulcanico. In questo caso non parliamo di emissioni di lava come quella che siamo abituati a vedere sulla terra bensì di criolava (materiale ghiacciato). Ma non solo… è stato scoperto un bacino ghiacciato sulla superficie. Plutone avrebbe dunque un cuore ghiacciato in grado di regolarne il clima e l’atmosfera.

La superficie del pianeta è disseminata di formazioni collinari e dune formate da metano ghiacciato. Al contrario di tanti altri pianeti presenta pochi segni di impatto con altri corpi celesti, vi sono dunque pochissimi crateri. Questo vale sia per il pianeta che per il suo satellite, Caronte. Questo significa che la porzione di spazio in cui orbita Plutone deve essere molto tranquilla.

E New Horizons che fine ha fatto? Dopo aver oltrepassato 486958 Arrokoth, un asteroide binario della fascia di Kuiper conosciuto come Ultima Thule, ha proseguito il suo viaggio verso l’infinito. La Nasa ipotizza la fine della sua missione per il 2026, se così non dovesse essere è previsto che la sonda nel 2038 raggiunga una distanza di 100 UA dal Sole!!!

Forse vi siete persi… nello spazio

A due anni dall’apertura del blog vi riproponiamo alcuni articoli sullo spazio…

1) 26 Settembre 2018: Titano, tra laghi e deserti

2) 21 Febbraio 2019: Le Morte d’Opportunity

3) 12 Luglio 2019: Kepler 1625 b I

4) 21 Novembre 2019: Titano chiama terra

5) 26 Gennaio 2020: Vyommitra e il futuro degli automi

BUONA RILETTURA

Deep Space 19: c’è vita nella nostra galassia?

Una domanda che da sempre viaggia a braccetto con l’esplorazione spaziale è: siamo soli nell’universo? 

Considerata la grandezza dell’universo tutto è difficile che la razza umana sia l’unica forma di vita senziente rintracciabile, ma le distanze tra i pianeti, tra i sistemi solari e tra le galassie sono tali da non permetterci, ad oggi, di dare una risposta certa a questa domanda. Difficilmente siamo soli, ma ancor più difficilmente potremo entrare in comunicazione con altri. Stimolante e triste al contempo. Ma forse anche rassicurante… gli esseri umani non sono di certo pacifici e potrebbero sempre incontrare qualcuno meno pacifico di loro.

La comunità scientifica si interroga e negli anni ha provato ad elaborare modelli di calcolo più o meno complessi per determinare matematicamente quello che non può essere riscontrato fisicamente. Un esempio fulgido ne è l’equazione di Drake, formulata nel 1961 dall’astronomo e astrofisico statunitense Frank Drake, ed è usata nei campi dell’esobiologia e della ricerca di forme di vita intelligente extraterrestri (Search for Extra-Terrestrial Intelligence, SETI). La formula è questa:

N = R* x Fp x Ne x Fl x Fi x Fc x L

dove N è il numero di civiltà extraterrestri presenti oggi nella nostra Galassia con le quali si può pensare di stabilire una comunicazione derivante da:

R*   è il tasso medio annuo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea;
Fp    è la frazione di stelle che possiedono pianeti;
Ne   è il numero medio di pianeti per sistema planetario in condizione di ospitare forme di vita;
Fl    è la frazione dei pianeti ne su cui si è effettivamente sviluppata la vita;
Fi    è la frazione dei pianeti fl su cui si sono evoluti esseri intelligenti;
Fc    è la frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare;
L    è la stima della durata di queste civiltà evolute.

Secondo i valori considerati da Drake il risultato era N = 10, mentre secondo calcoli elaborati in anni più recenti si è giunti ad indicare N = 23,1. Si parla sempre e solo della nostra Galassia (la Via Lattea) ovviamente.

Anche di recente sono state proposte formule e ricerche alternative a questa, come quella dell’università di Nottingham volta a ipotizzare il numero delle Communicating Extra-Terrestrial Intelligent civilisations (CETI): le civiltà in grado di comunicare con le altre mediante le onde radio. La teoria si basa sull’assunto che siano necessari cinque miliardi di anni perché la vita intelligente si formi su di un pianeta e che dopo detto lasso di tempo una ipotetica civiltà esistente sia in grado di comunicare come lo facciamo noi. Ed è questo un pò il limite di questa teoria: il pensare che su altri pianeti le cose si siano evolute sulla falsa riga della terra, un modello geocentrico quindi. Secondo i calcoli dell’università di Nottingham ci sarebbero 36 CETI… quindi ben 13 in più rispetto alle SETI.

I ricercatori hanno puntualizzato che  la civiltà aliena più vicina a noi si troverebbe a non meno di 17.000 anni luce… quindi ogni comunicazione radio con essa sarebbe impossibile. Parlando di distanze vale la pena ricordare che la terra dista dal sole 8,3 minuti luce e che per uscire dal nostro sistema solare si debbano percorrere almeno 1 anno luce!!!

Per il momento quindi scordiamoci qualsiasi incontro ravvicinato di qualsiasi tipo…

Deep Space 19: SpaceX ed il futuro prossimo

Dopo una lunga attesa il programma spaziale degli Stati Uniti ha fatto un nuovo, importante, passo in avanti. Di cosa stiamo parlando? Di quanto avvenuto il 30 Maggio 2020 a Cape Canaveral… ossia il lancio da parte di un’azienda privata SpaceX, per conto della NASA, di una navicella spaziale con due astronauti al’interno: Douglas Hurley e Robert Behnken. Un evento dal duplice primato: è la prima volta che un’azienda privata manda uomini in orbita ed era dal 2011 che non partivano missioni direttamente dal suolo degli Stati Uniti. Infatti dal 2011 ad oggi la NASA si era sempre affidata alla navette russe Sojuz per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale ISS.

Stazione Spaziale Internazionale

 L’azienda privata SpaceX, fondata per mano dell’imprenditore sudafricano Elon Musk (co-fondatore di PayPal ed OpenAI… nonché CEO di Tesla Inc.), ha come obiettivo primario quello di permettere all’uomo di spostarsi nello spazio riducendo sensibilmente i costi dei lanci. Come? Semplicemente creando vettori riutilizzabili, in grado quindi di tornare sulla terra integri e di poter essere rilanciati in voli successivi. Al momento non disponiamo ancora di una tecnologia di questo tipo, ma gli sforzi dell’azienda puntano tutti in questa direzione. Un lavoro tutto in salita…

L’azienda lavora a braccetto con la NASA per sviluppare tecnologie in grado di portare stabilmente l’uomo sulla Luna e successivamente su Marte. In quest’ottica gli Stati Uniti cercano di riprendersi un primato importante che negli ultimi anni è passato in mano all’agenzia russa congiuntamente a quella europea… senza dimenticare la presenza ingombrante ed incombente del dragone cinese.