Dal Mondo: Renato Pozzetto e la Dakar 1987

Pochi giorni fa (14 Luglio) è stato il compleanno di Renato Pozzetto, l’attore milanese ha raggiunto la soglia degli 80 anni. Tutti lo conoscono per i suoi film, per la sua comicità innata e per la mimica unica nel suo genere. Quello che invece quasi nessuno sa è che il “ragazzo di campagna” è stato anche un pilota automobilistico dilettante: colse tra l’altro la vittoria vittoria di classe al Giro automobilistico d’Italia del 1978, alternandosi al volante di una Fiat Ritmo con Riccardo Patrese.

Ma la sua impresa più interessante, la più suggestiva, fu la partecipazione al famosissimo rally Parigi-Dakar del 1987. Il prestigioso rally, che negli ultimi 11 anni si corre in America Meridionale, vide Renato Pozzetto disputare le 18 tappe (oltre 8.000 km) nella categoria camion insieme al pilota Giacomo Vismara (vincitore dell’edizione 1986 nella medesima categoria). Il duo si classificò al quinto posto al termine della competizione con un tempo di 98h10m49.

Non male per il “ragazzo di campagna”…

Film: The flowers of war (2011, Zhang Yimou)

Ci sono attriti tra popoli che non possono essere sanati neppure dal lento trascorrere dei secoli. Il mondo occidentale negli ultimi decenni ha prodotto un modello buonista fondato sulla straordinaria utopia dell’ umanità buona, del progresso costante e frenetico come miglioramento e (soprattutto) dell’autocensura mentale dei propri istinti e pensieri… un modello sano di vita sociale secondo tanti, un modello ipocrita per altri. Quello che la nostra società sa fare meglio è mascherare le sue esigenze di dominio sugli altri popoli (e le loro risorse)  con parole suadenti e buoni sentimenti; oggi esportiamo democrazia, aiutiamo i più deboli, accogliamo i rifugiati, interveniamo a sanare i conflitti tramite l’uso dei nostri eserciti, ecc… una volta chiamavamo tutto questo col termine “colonialismo”. Ma oggi non è politicamente corretto e quindi i nostri governanti hanno studiato dei surrogati che permettono a loro di fare i loro comodi come sempre e alla gente comune di vivere col cuore in pace e la coscienza immacolata. Nel frattempo in altre parti del mondo avvengono cose difficilmente spiegabili dal nostro nuovo modello di pensiero unico. Il massacro del Ruanda e gli altri infiniti casi di massacri a sfondo razziale nell’Africa hanno posto l’uomo bianco del 2000 davanti alla sconcertante realtà di non essere l’unico razzista sul pianeta terra, in pochi si sono soffermati a pensare al normale funzionamento di una società dove la “tribalità” è ancora un pilastro fondante. I popoli mediamente si scontrano e fare finta che questa cosa non sia la realtà non renderà certo il mondo un posto migliore; ragionare per utopie è come costruire case sulla sabbia.

Detto questo vorrei spostare l’attenzione su un tema attuale ancora in anni recenti: il confronto tra Giappone, Taiwan e Cina per il controllo delle Isole Senkaku (5 isole disabitate e tre scogli). Non scenderò nel merito della questione né darò un parere su chi possa avere ragione o meno. Quello che vorrei semplicemente sottolineare è che si tratta solamente dell’ennesimo capitolo di una rivalità e di uno scontro tra due popoli che si affrontano da centinaia di anni. Due popoli che nutrono un forte astio l’uno verso l’altro, astio alimentato da reciproci massacri e guerre estenuanti, un massacro che ha attraversato la storia, ma che per noi occidentali ha assunto una certa notorietà solo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi la Cina è una delle principali potenze del pianeta, ma all’inizio del ‘900 era un paese estremamente povero e diviso al suo interno a causa della caduta del potere imperiale; in quelle condizioni era una facile preda per il Giappone. Quest’ultimo mirava alla creazione di un grande impero coloniale in Asia, la conquista della Cina doveva essere il primo passo di una marcia vittoriosa che aveva in programma anche la conquista dell’intero subcontinente indiano. Secondo alcuni storici la Seconda Guerra Mondiale inizia realmente nel 1937, con la seconda guerra sino-giapponese, quando il Giappone attaccò con un pretesto la Cina conquistando buona parte dei sui territori economicamente sensibili. In questa guerra senza esclusioni di colpi l’esercito imperiale giapponese si rese responsabile di alcuni massacri di inaudita ferocia, primo tra tutti quello di Nanchino. Il dibattito è ancora oggi molto agitato nel tentativo di ricostruire la realtà dei fatti con i Giapponesi che in un qualche modo cercano di ridurre la portata degli eventi ed il numero effettivo delle vittime. Nonostante il dibattito tra storici cinesi e giapponesi il fatto che Nanchino fosse una grande città di fondamentale importanza economica fece si che al momento dell’invasione vi fossero presenti tantissimi Europei, i quali testimoniarono la gravità del massacro commesso ai danni dei civili. Il resoconto scritto dal tedesco John Rabe (che lavorava per la Siemens in Cina ed era un membro del Partito Nazista) può essere considerato a tutti gli effetti imparziale; le stime del massacro che ne risultano parlano di cifre che oscillano dalle 200.000 alle 350.000 vittime (con almeno 20.000 casi di stupro, spesso e volentieri di massa).

Questa lunga introduzione era inevitabile per introdurre a pieno questo film cinese che tratta proprio di quegli eventi, difficilmente le persone hanno mai sentito parlare del massacro di Nanchino. Il film racconta la storia di un uomo americano, di professione becchino, che nei giorni della conquista giapponese della città si reca in un convento cattolico per seppellire il prete locale appena deceduto. Un lavoro semplice e veloce per un professionista del settore. Ma tutto si complica nel giro di pochi minuti. Nei pressi del convento infuria la battaglia tra l’esercito cinese e quello giapponese e all’interno della struttura cattolica l’uomo scopre esservi ancora rifugiate delle giovani studentesse cinesi. A queste giovani donne si aggiungono nel giro di poche ore anche un gruppo di prostitute in fuga. La situazione è disperata, tutto intorno i Giapponesi sono intenti a massacrare e stuprare e non si intravedono prospettive di salvezza per le occupanti del convento. Il becchino decide di fingersi prete, in un primo momento per salvare se stesso poi per salvare la vita alle giovani cinesi, riuscendo a stringere un accordo con un comandante giapponese che sembra più ragionevole degli altri. Gli eventi però precipitano ancora e quando la vita delle giovani studentesse cattoliche sarà seriamente in pericolo saranno le prostitute a sacrificarsi al posto loro. Il becchino americano porterà in salvo le studentesse al di fuori della città, delle prostitute non si saprà più nulla.

Mi permetto di consigliare la visione del film in lingua originale coi sottotitoli, dal momento che è stato girato in cinese mandarino e in inglese, rendendo la narrazione ancora più coinvolgente.

Come argomento correlato ricorderei anche questo articolo di qualche tempo fa su Pu Yi.

Volksgeist: 29 Maggio 1982

Muore a Parigi Rosemarie Magdalena Albach-Retty, meglio conosciuta come Romy Schneider, attrice austriaca nota per aver interpretato più volte il ruolo dell’Imperatrice Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, detta Sissi.

Film: Aguirre, furore di Dio (1972, Werner Herzog)

Completamente fuori dal mondo e dalla ragione, immagino che si dovessero sentire così gli Europei che per primi si inoltrarono nel selvaggio mondo americano durante le grandi esplorazioni. Ed è così che ce li racconta anche Herzog in quest’ opera semplice e lineare, dove la fa da padrona l’alienazione dell’uomo “civilizzato” inserito in un contesto ancora vergine e crudelmente bello.

La storia narra di un gruppo di conquistadores al seguito del fratello di Pizarro che discendono il Rio delle Amazzoni guidati appunto da Lope de Aguirre (di origine basca), il loro viaggio alla ricerca di cibo e della posizione di El Dorado diventa presto un dramma umano e della coscienza che porterà il protagonista ad un delirio di onnipotenza sempre maggiore. Chiaramente fa da sfondo a tutto questo il difficile rapporto coi compagni di viaggio, che degenererà spesso in violenza, così come il rapporto con gli indigeni locali (che nel film non si vedono mai, ma che agiscono e uccidono all’improvviso), il tutto condito con un paesaggio ostile dove lo scudo della Bibbia fallisce costantemente le sue aspettative.

Chiaramente il ruolo principale di questo film non poteva che essere interpretato da un eccelso Klaus Kinski, calato perfettamente nella parte dell’uomo accecato dalla propria supposta onnipotenza che arriva appunto ad affermare di essere “il furore di Dio”, mentre il realtà tutto intorno a lui lo portando verso una misera fine. Indubbiamente un film su dei veri pionieri…

“Vi ricordate di Hernando Cortez? Ricevette l’ordine di ripiegare quando stava per raggiungere il Messico. Ma lui continuò la sua marcia!” (Lope de Aguirre)

Dal Mondo: Ricordando John Belushi

JOHN BELUSHI

(24 Gennaio 1949 – 5 Marzo 1982)

I miei personaggi dicono che va bene essere incasinati. La gente non deve necessariamente essere perfetta. Non deve essere intelligentissima. Non deve seguire le regole. Può divertirsi. La maggior parte dei film di oggi fa sentire la gente inadeguata. Io no.

Film: In nome del Papa Re (1977, Luigi Magni)

Will Durant, filosofo e storico statunitense scomparso nel 1981, sosteneva che una grande civiltà viene conquistata dall’esterno solo quando si è distrutta dall’interno, questo è vero sia per tutti i grandi imperi della storia che per tutti i piccoli staterelli di cui è disseminata la storia del mondo. E in una certa quale misura è stato così anche per lo Stato Pontificio che ha governato il centro dell’Italia per oltre mille anni sino al 1870. Anche a Roma e nei palazzi del potere papale in pochi erano in grado di capire in tempo i cambiamenti che erano in atto nel mondo esterno, così come era stato qualche decennio prima per i reali di Francia, così come sarebbe stato nel 1923 per Mehmet VI ad Istanbul. Eppure i tempi cambiano e con essi anche le idee e le esigenze delle persone.

Questo film, racconta proprio di questa cecità romana, a pochi anni dalla breccia di Porta Pia che porrà fine al dominio temporale dei Papi e porterà il tricolore italiano a sventolare sui tetti di Roma. Si parte con un attentato ai danni delle truppe francesi, poste a protezione del Papa da Napoleone III, e si prosegue con un processo farsa ai danni dei presunti attentatori. Un magistrale Nino Manfredi fa la parte di un Monsignore inserito nella giuria di tale processo, diventandone infine la coscienza critica di fronte alle sorde orecchie dei vertici pontifici, incapaci di cogliere l’ essenza del momento storico in atto. Lo stesso Manfredi non ha una ricetta per far sopravvivere lo Stato Pontificio, sa solo che esso è destinato presto o tardi a cadere, anche per le sue stesse incapacità, e vorrebbe solo che gli uomini di fede si ricordassero di essere tali preparandosi con più serenità alla prospettata perdita del potere temporale.

Il film pone anche l’accento sul clima conflittuale esistente all’interno delle stesse gerarchie pontificie, con la presenza incombente dei Gesuiti contrapposti ad uno schieramento più rinnovatore e modernista (praticamente il contrario di quanto accade oggi). Il processo farsa finirà come da copione con la morte degli imputati, ma da lì a pochi anni Napoleone III terzo dovrà togliere l’appoggio militare al Papa per difendere invano  la Francia nella guerra franco-prussiana del 1870, al che il Regno d’Italia alleato dei Prussiani ne approfitterà per conquistare Roma.

“Il concetto di colpa e di innocenza che c’hanno loro, ormai è diverso dal nostro. Noi crediamo ancora nell’obbedienza, e loro credono nelle bombe. È certo che c’hanno torto, ma mica è detto che per questo c’avemo ragione noi.” (citazione dal film)

Sturm und Drang: hai una gomma da masticare?

“Hai una gomma da masticare?”

Una luce soffusa illumina il terrazzino quel poco che basta per vedere i nostri visi.

“Ehi? Hai una gomma da masticare oppure no?”

Michael mi guarda con aria enigmatica, continua a fumare la sua sigaretta e mi guarda.
“No, non ce l’ho!” gli rispondo sorridendo.

“E tu ce l’hai un gomma da masticare?” chiede al tizio alla mia sinistra, che poi è la sua destra… non mi ero neppure accorto che fossimo in tre.

“No. Che cavolo ce ne facciamo di gomme da masticare? Stiamo fumando. E’ buio e siamo su un terrazzo in mezzo al nulla.” Danny pare contrariato.

“Ragazzi calmi… stiamo solo fumando una sigaretta tra amici.” cerco di calmare gli animi.
“Che cazzo, ma io la volevo una gomma da masticare.” insiste Michael.

Dal buio un ombra ci porge un vassoio. Si distingue solo un braccio e la mano e il vassoio. Niente altro. Niente corpo. Niente viso. Niente voce. Solo un pacchetto di gomme da masticare sul vassoio.
“Ragazzi… vi ho mai spiegato l’importanza delle gomme da masticare?” chiede Michael.
“Ecco che ricomincia.” sbuffa Danny.
“Si Michael ce l’hai raccontata mille volte!” ridacchio io.

MI SVEGLIO… MICHAEL IO STA STORIA NON L’HO MAI SENTITA…

CHIAMAMI E RACCONTAMELA.