Film: The flowers of war (2011, Zhang Yimou)

Ci sono attriti tra popoli che non possono essere sanati neppure dal lento trascorrere dei secoli. Il mondo occidentale negli ultimi decenni ha prodotto un modello buonista fondato sulla straordinaria utopia dell’ umanità buona, del progresso costante e frenetico come miglioramento e (soprattutto) dell’autocensura mentale dei propri istinti e pensieri… un modello sano di vita sociale secondo tanti, un modello ipocrita per altri. Quello che la nostra società sa fare meglio è mascherare le sue esigenze di dominio sugli altri popoli (e le loro risorse)  con parole suadenti e buoni sentimenti; oggi esportiamo democrazia, aiutiamo i più deboli, accogliamo i rifugiati, interveniamo a sanare i conflitti tramite l’uso dei nostri eserciti, ecc… una volta chiamavamo tutto questo col termine “colonialismo”. Ma oggi non è politicamente corretto e quindi i nostri governanti hanno studiato dei surrogati che permettono a loro di fare i loro comodi come sempre e alla gente comune di vivere col cuore in pace e la coscienza immacolata. Nel frattempo in altre parti del mondo avvengono cose difficilmente spiegabili dal nostro nuovo modello di pensiero unico. Il massacro del Ruanda e gli altri infiniti casi di massacri a sfondo razziale nell’Africa hanno posto l’uomo bianco del 2000 davanti alla sconcertante realtà di non essere l’unico razzista sul pianeta terra, in pochi si sono soffermati a pensare al normale funzionamento di una società dove la “tribalità” è ancora un pilastro fondante. I popoli mediamente si scontrano e fare finta che questa cosa non sia la realtà non renderà certo il mondo un posto migliore; ragionare per utopie è come costruire case sulla sabbia.

Detto questo vorrei spostare l’attenzione su un tema attuale ancora in anni recenti: il confronto tra Giappone, Taiwan e Cina per il controllo delle Isole Senkaku (5 isole disabitate e tre scogli). Non scenderò nel merito della questione né darò un parere su chi possa avere ragione o meno. Quello che vorrei semplicemente sottolineare è che si tratta solamente dell’ennesimo capitolo di una rivalità e di uno scontro tra due popoli che si affrontano da centinaia di anni. Due popoli che nutrono un forte astio l’uno verso l’altro, astio alimentato da reciproci massacri e guerre estenuanti, un massacro che ha attraversato la storia, ma che per noi occidentali ha assunto una certa notorietà solo nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Oggi la Cina è una delle principali potenze del pianeta, ma all’inizio del ‘900 era un paese estremamente povero e diviso al suo interno a causa della caduta del potere imperiale; in quelle condizioni era una facile preda per il Giappone. Quest’ultimo mirava alla creazione di un grande impero coloniale in Asia, la conquista della Cina doveva essere il primo passo di una marcia vittoriosa che aveva in programma anche la conquista dell’intero subcontinente indiano. Secondo alcuni storici la Seconda Guerra Mondiale inizia realmente nel 1937, con la seconda guerra sino-giapponese, quando il Giappone attaccò con un pretesto la Cina conquistando buona parte dei sui territori economicamente sensibili. In questa guerra senza esclusioni di colpi l’esercito imperiale giapponese si rese responsabile di alcuni massacri di inaudita ferocia, primo tra tutti quello di Nanchino. Il dibattito è ancora oggi molto agitato nel tentativo di ricostruire la realtà dei fatti con i Giapponesi che in un qualche modo cercano di ridurre la portata degli eventi ed il numero effettivo delle vittime. Nonostante il dibattito tra storici cinesi e giapponesi il fatto che Nanchino fosse una grande città di fondamentale importanza economica fece si che al momento dell’invasione vi fossero presenti tantissimi Europei, i quali testimoniarono la gravità del massacro commesso ai danni dei civili. Il resoconto scritto dal tedesco John Rabe (che lavorava per la Siemens in Cina ed era un membro del Partito Nazista) può essere considerato a tutti gli effetti imparziale; le stime del massacro che ne risultano parlano di cifre che oscillano dalle 200.000 alle 350.000 vittime (con almeno 20.000 casi di stupro, spesso e volentieri di massa).

Questa lunga introduzione era inevitabile per introdurre a pieno questo film cinese che tratta proprio di quegli eventi, difficilmente le persone hanno mai sentito parlare del massacro di Nanchino. Il film racconta la storia di un uomo americano, di professione becchino, che nei giorni della conquista giapponese della città si reca in un convento cattolico per seppellire il prete locale appena deceduto. Un lavoro semplice e veloce per un professionista del settore. Ma tutto si complica nel giro di pochi minuti. Nei pressi del convento infuria la battaglia tra l’esercito cinese e quello giapponese e all’interno della struttura cattolica l’uomo scopre esservi ancora rifugiate delle giovani studentesse cinesi. A queste giovani donne si aggiungono nel giro di poche ore anche un gruppo di prostitute in fuga. La situazione è disperata, tutto intorno i Giapponesi sono intenti a massacrare e stuprare e non si intravedono prospettive di salvezza per le occupanti del convento. Il becchino decide di fingersi prete, in un primo momento per salvare se stesso poi per salvare la vita alle giovani cinesi, riuscendo a stringere un accordo con un comandante giapponese che sembra più ragionevole degli altri. Gli eventi però precipitano ancora e quando la vita delle giovani studentesse cattoliche sarà seriamente in pericolo saranno le prostitute a sacrificarsi al posto loro. Il becchino americano porterà in salvo le studentesse al di fuori della città, delle prostitute non si saprà più nulla.

Mi permetto di consigliare la visione del film in lingua originale coi sottotitoli, dal momento che è stato girato in cinese mandarino e in inglese, rendendo la narrazione ancora più coinvolgente.

Come argomento correlato ricorderei anche questo articolo di qualche tempo fa su Pu Yi.

Storia: Luglio e Agosto 1917

Nell’estate 1917 la Grande Guerra sembrava aver raggiunto un nuovo livello di intensità, dopo le grandi manovre del 1914, dopo la guerra di posizione del 1915, dopo gli inutili bagni di sangue del 1916, nella mente di tutte le nazioni in causa il 1917 doveva diventare un anno risolutivo per le sorti del conflitto… e in buona parte questa aspettativa venne rispettata.

Sul fronte orientale iniziava il 1 Luglio 1917 l’ultima grande offensiva russa: l’offensiva Kerenskij, il gigante russo era in crisi totale per le grandi ondate rivoluzionarie che lo scuotevano dall’interno. l’offensiva prese piede in Galizia. Le nuove disposizioni dei Soviet politici della capitale prevedevano che ogni azione bellica fosse preceduta da un’assemblea dei soldati stessi che ne valutassero l’opportunità, esautorando di fatto il potere degli alti ufficiali di impianto zarista. I primi giorni dell’offensiva furono travolgenti più per le mancanze dell’esercito austro-ungarico che per le reali capacità dei Russi… di fatto si stavano scontrando due imperi di carta destinati a crollare. L’intervento tedesco (19 Luglio 1917) fu determinate per interrompere l’offensiva e per passare al furioso contrattacco che mandò totalmente in rotta l’esercito russo, costretto a ritirarsi per oltre 240 km. Il governo di Kerenskij ne uscì esausto, ormai ovunque si susseguivano le voci di una imminente rivoluzione guidata dai Bolscevichi.

prigionieri Russi 1917

Sul fronte dei Balcani la Grecia fu indotta a dichiarare guerra agli Imperi Centrali, soprattutto in chiave anti-bulgara. Nel frattempo un “Comitato Jugoslavo” formatosi sotto l’ala protettrice anglo-francese prese l’impegno politico di formare un futuro Regno dei Serbi, Croati e Sloveni in funzione anti-austriaca, per questo fu approvata il 20 Luglio 1917 la dichiarazione di Corfù. Bosniaci e Montenegrini non furono chiamati in causa su questa questione che li riguardava direttamente. Sul fronte rumeno le disavventure russe in Galizia produssero un forte reazione dell’esercito rumeno che cercò di scacciare gli austro-ungarici dalla Moldavia e di resistere disperatamente alle continue incursioni nemiche, il particolare la Battaglia di Mărășești (6 Agosto – 8 Settembre 1917) fu l’ultima grande vittoria rumena della guerra.

Sul fronte italiano andò in scena l’Undicesima Battaglia dell’Isonzo (17 – 31 Agosto 1917), intrapresa in parte per la paura di una imminente offensiva austro-ungarica (che sarebbe arrivata qualche mese dopo) e in parte per le forti pressioni degli Alleati che volevano disperdere l’attenzione degli Imperi Centrali su più fronti caldi. Nonostante le scarse conquiste territoriali lo scontro dimostrò che le truppe di Vienna erano ormai vicine ad un crollo psico-fisico totale, l’unico fattore in grado di far reggere questo fronte (come quello orientale del resto) poteva essere l’arrivo di truppe tedesche… cosa che poi effettivamente avvenne.

Sul fronte occidentale cominciò il 31 Luglio 1917 la grande offensiva britannica nelle Fiandre che sarebbe passata alla storica come Battaglia di Passchendaele. L’offensiva si svolse a più ondate e di fatto interessò anche altri settori, come quello di Verdun.

Soldati Britannici 1917

Sul fronte prossimo alla Palestina le truppe arabe guidate da Lawrence d’Arabia e Awda Abu Tayi sconfissero gli Ottomani nella Battaglia di Aqaba il 6 Luglio 1917.

Altri paesi si unirono agli Alleati contro le forze degli Imperi Centrali: Cina (14 Agosto 1917), Siam (22 luglio 1917) e Liberia (4 Agosto 1917).

Volksgeist: 30 Maggio 1967

Inizia la Guerra civile nigeriana a seguito della secessione del Biafra. La neonata repubblica era supportata tra gli altri da Israele, Sudafrica, Rhodesia, Francia e Portogallo, mentre la Nigeria era supportata da Regno Unito, Unione Sovietica, Repubblica Araba Unita, Cina e Sudan.

Storia: L’imperatore Pu Yi

Una delle figure storiche che mi ha sempre incuriosito molto è quella dell’ultimo imperatore della Cina, sarà perchè sin da piccolo uno dei miei film preferiti è stato proprio “L’ultimo Imperatore” (1987) di Bertolucci che ne racconta la vita.

La sua storia comincia in una Cina sconvolta dalle rivolte, dalle ingerenze occidentali, dalle cospirazioni di palazzo, dalle idee rivoluzionarie e dalla vicinanza con Giappone. Il potere degli imperatori ormai è stato esautorato e la fine ingloriosa della Rivolta dei Boxer (1897-1901) ne ha decretato la fase calante. Quando Pu Yi viene designato come futuro imperatore ha soli due anni, il suo predecessore è rimasto quasi certamente vittima degli intrighi di palazzo e l’imperatrice vedova Cixi nella sua follia decide di dare un ultimo colpo di spalla a quel che resta dell’impero. La scelta di un bambino obbliga alla presenza di un reggente (il padre di Pu Yi), ma l’idea che si percepisce dall’esterno è quella di un vuoto di potere assoluto: cosa potrebbe mai fare un bambino di due anni contro una eventuale rivoluzione? E contro un eventuale attacco dall’esterno? Ed ecco accadere l’inevitabile. Un moto rivoluzionario nazionalista del 1911 porta alla nascita della Repubblica Cinese. L’impero è finito. A Pu Yi ed alla famiglia reale viene concesso di abitare nella Città Proibita, tanto sono considerati come dei relitti di un’epoca passata, rispettati ancora da una parte del popolo, ma totalmente inutili sul piano politico. La Cina però è fortemente instabile e le lotte per il potere sfociano presto in veri e propri conflitti armati. Nel 1917 una rivolta militare riporta al potere la casa imperiale, Pu Yi è di nuovo imperatore per soli 12 giorni!

Nel 1924 le truppe del Kuomintang occupano Pechino e Pu Yi è costretto a rifugiarsi da un’altra parte. Cercando in fretta una scappatoia chiede aiuto agli unici che sembrano disposti ad ascoltarlo: i Giapponesi della legazione di Tientsin (a pochi metri dalla legazione italiana tra l’altro). Per i Giapponesi è una manna dal cielo. Lo trattengono a Tientsin in mezzo agli agi ed alla bambagia, mentre nel frattempo pianificano una invasione ben organizzata della Cina. Quando nel 1931 invadono la Manciuria a nord ne offrono la corona proprio a Pu Yi, in modo da poter legittimare agli occhi internazionali il loro intervento militare nell’area. Pu Yi accetta illudendosi di poter cominciare a governare sul suo popolo: nasce il Manchukuo. Questo stato viene formalmente riconosciuto solo da 23 nazioni sulle 80 esistenti allora, tra queste ci saranno tutte le nazioni dell’Asse.

Le speranze di Pu Yi vengono presto infrante e risulta palese che i veri capi del nuovo stato sono i Giapponesi, che ne sfruttano le risorse e ne dominano brutalmente la popolazione. In Manchukuo opererà anche la famigerata Unità 731 dedita agli esperimenti sugli esseri umani ed ancora oggi fonte di dissensi tra Cina e Giappone. La vita di Pu Yi si trasforma in una sorta di gabbia dorata dalla quale non può fuggire e il senso di impotenza verso tutto quello che lo circonda diventerà via via più forte; di fatto ancora una volta non sarà lui ad avere il controllo della sua vita. La sua stessa vita famigliare è uno sfacelo, falliscono tutti i suoi matrimoni e la sua impossibilità di avere figli diventa la barzelletta dell’intera Cina e dello stesso Giappone. La Seconda Guerra Mondiale pone fine a questa situazione e lo stato fantoccio viene invaso nell’agosto del 1945 dai Sovietici, per Pu Yi comincia la prigionia.

Cartolina propagandistica del Manchukuo

Nel 1950 viene consegnato alle autorità della nuova Cina comunista, i Sovietici non hanno interesse a mantenere come prigioniero un ex imperatore di  uno stato decaduto. Il nuovo governo lo processa come traditore della patria e criminale di guerra e lo condanna a 9 anni di carcere rieducativo. Saranno per lui anni fondamentali per ripercorrere le tappe della sua vita, analizzarle e trascriverle in un libro di memorie. Verrà liberato nel 1959 e divenne un funzionario del comitato per la conservazione del materiale storico, in oltre come tanti altri nobili decaduti venne inserito in una specie di consiglio speciale molto simile ad un senato.

Morì nel 1967, all’inizio della Rivoluzione Culturale, per un tumore. Probabilmente non sarebbe sopravvissuto comunque alla nuova fase rivoluzionaria della Cina, dove andavano sparendo vecchi funzionari e dove i privilegi delle vecchie classi dirigenti venivano ribaltati, nella nuova Cina non c’era posto per i relitti del vecchio impero.

Tu lo dici #47

Dopo aver subito uno scacco, bisogna trarne una lezione e modificare le proprie idee in modo tale da farle corrispondere alle leggi del mondo esterno, e così di potrà trasformare lo scacco in un successo; è quel che è espresso dalle massime: la sconfitta è la madre del successo e ogni insuccesso ci rende più cauti.

(Mao Tse-tung)

Dal Mondo: Hong Kong-Zhuhai-Macao

La Cina ha appena inaugurato il ponte più lungo del mondo! Ben 55 km che attraversano il delta del Fiume delle Perle, collegando di fatto Hong Kong alla terraferma e a Macao (l’ex dipendenza coloniale portoghese in terra cinese). La mastodontica opera è costata “appena” 20 miliardi (non milioni) di dollari ed ha richiesto 9 anni di lavori.

Ma le meraviglie non finiscono qui. Essendo il delta del Fiume delle Perle estremamente trafficato, dal punto di vista navale, si è resa necessaria la costruzione di un tunnel di quasi 7 km che sbocca/imbocca su due isole artificiali di 100.000 mq. Pare inoltre che il ponte sia all’avanguardia anche nella progettazione antisismica e che sia in grado di reggere terremoti di magnitudo 8.

Hong Kong-Zhuhai-Macao
Veduta aerea del ponte

Ovviamente un’opera del genere ha attirato anche diverse critiche, sopratutto per il suo forte impatto ambientale sulla fauna ittica e non. E non sono mancate neppure le polemiche politiche da chi a Hong Kong si sente minacciato da un sempre maggiore controllo cinese a chi ritiene che il ponte non fosse un’opera di primaria importanza per l’economia della zona. Solo il futuro ci dirà dove stava di casa la verità.

Hong Kong-Zhuhai-Macao
Tracciato del ponte

Quando sarà operativo a pieno regime si stima che vi passeranno sopra 29.000 veicoli al giorno. Numeri dell’altro mondo.

Storia: Tamerlano ed il suo impero

Siete un giovane ragazzo che si diletta a rubare pecore dai greggi altrui finché un giorno un pastore giustamente inferocito vi ferisce ad una gamba con una freccia rendendovi per sempre zoppo (in realtà ci sono versioni contrastanti su questo aneddoto, per molti storici la ferita fu procurata in battaglia). Fin qui può sembrare un’ordinaria storia di delitto e castigo, ma in realtà si tratta dell’inizio di una straordinaria avventura che vi porterà a costruire un vasto impero nel centro dell’Asia. Oggi siete Tamerlano fondatore della dinastia timuride, attiva nell’area per oltre cento anni e diretta progenitrice della dinastia Mogol in India.

Tamerlano nasce poco distante da Samarcanda, in Uzbekistan, figlio di un capo di una tribù turco-mongola di religione musulmana; la sua famiglia è imparentata alla lontana con quella di Gengis Khan. Diventa presto un furbo condottiero in grado di sfruttare le rivalità delle tribù della sua regione a proprio vantaggio, conquistandole e sottomettendole una dopo l’altra diventando a soli trentaquattro anni Emiro di una vasta area tra Uzbekistan e Kazakistan, scegliendo come capitale proprio Samarcanda e sposando una discendente di Gengis Khan per legittimare ulteriormente il proprio dominio.

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Le conquiste di Tamerlano

Negli anni successivi Tamerlano assesta duri colpi prima all’Orda d’Oro per poi conquistare l’intera area della Persia e dell’Azerbaijan e buona parte dei territori di Afghanistan ed Iraq, giungendo di fatto a controllare gran parte della Via della Seta. Ma la sua sete di conquista non si ferma qui, nel 1398 attacca il signore musulmano di Dehli (in India), approfittando di una guerra civile, e subito dopo quella vittoriosa spedizione attacca prima l’Impero Ottomano poi il sultanato mamelucco dell’Egitto conquistando anche la Siria.

Gli Europei, preoccupati dall’avanzata dell’Impero Ottomano stringono alleanza con Tamerlano nell’intento di preservare quel che resta dell’Impero Bizantino e questa momentanea amicizia ritarderà al caduta di Costantinopoli di quasi cinquantanni. In realtà Tamerlano non è molto interessato alle faccende dell’Europa ed i suoi sogni di gloria guardano con ansia alla Cina, come in una sorta di richiamo naturale della sua stirpe.

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Statua di Tamerlano a Samarcanda (Uzbekistan)

Un richiamo fatale. Nel 1404 Tamerlano parte per assaltare la Cina, ma il pessimo clima dell’ Asia Centrale lo fa ammalare e probabilmente gli procura una polmonite. Muore quindi il 19 gennaio del 1405 in territorio kazako, prima ancora che la sua impresa cinese cominciasse. Il suo impero praticamente si dissolse con la sua morte, riposa in un mausoleo a Samarcanda ed è considerato un eroe nazionale da tutta la popolazione uzbeka.

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Mausoleo di Tamerlano a Samarcanda (Uzbekistan)