Film: The Mission (1986, Roland Joffé)

E’ più giusto servire Dio nella preghiera ed accettare mansuetamente le brutalità del mondo che ci circonda nella speranza della vita ultraterrena o è più giusto servire Dio sia nella preghiera che nella lotta (eventualmente violenta) contro le ingiustizie del mondo? Questa resta decisamente una bella domanda a cui è difficile dare una risposta su due piedi ed è la domanda che sorge spontanea in questo capolavoro della cinematografia. E’ un film amaro, a tratti poetico ed a tratti straziante. E’ un film in cui in pochi possono dire di fare una bella figura.

Siamo in Sud America agli inizi del ‘700 e la storia si svolge nei territori tra gli odierni Brasile, Argentina e Paraguay, dove si trovava il confine tra i territori spagnoli e quelli portoghesi. Si parla di Indios, di mercanti di schiavi, di Gesuiti, di politici dalla pance piene e di ecclesiasti in parte impotenti ed in parte complici. Ci sono tutti gli ingredienti per un dramma, ma il dramma vero è che tutto è ispirato da fatti realmente accaduti.

I veri protagonisti del film sono appunto gli Indios e i pochi padri Gesuiti che cercano di convertirli e di tenerli lontani dai mercanti di schiavi. La semplicità e la linearità dei nativi americani fa da contraltare alla mentalità ottusa ed opportunista degli Europei accecati dall’avidità. E’ un mondo crudele dove non c’è scampo per i sentimenti puri, dove a nulla valgono i tentativi di dimostrare che anche gli Indios sono esseri umani, dove la loro attinenza al canto ed alla musica viene addirittura derisa… è il mondo reale in cui le storie possono anche avere una fine amara… molto amara. E qui si torna alla domanda iniziale, come si serve meglio Dio?

N.B. i Gesuiti della storia appartengono al primo ordine gesuita, che poco ha a che spartire con quello attuale, se non il nome.

Storia: Bartholomew Roberts

456 navi saccheggiate in tre anni di attività piratesca, qualcosa come un saccheggio ogni tre giorni, un record praticamente imbattibile. Un record costruito giorno dopo giorno tra le coste dell’Africa Occidentale e le coste Orientali dei Caraibi anche grazie ad azioni spericolate ed irriverenti. Bartholomew “Black Bart” Roberts, gallese di nascita, è l’uomo di questi numeri scalfiti nelle pietre della storia della pirateria tra il 1719 e il 1722; nonostante non appartenga al secolo d’oro della pirateria le sue imprese sono tra le più incredibili che di quelle raccontate dai sette mari.

Uomo estremamente religioso, totalmente astemio, tremendamente vendicativo e senza un minimo di paura nei confronti dell’autorità tanto da arrivare ad impiccare ad un pennone di una nave il governatore della Martinica perchè aveva osato dar la caccia ai pirati. In altre occasioni prese d’assalto delle città perchè vi erano stati impiccati dei pirati, come accadde a Basseterre sull’isola di Nevis.

Morì durante uno scontro con la marina inglese poco lontano dalle coste del Gabon, ucciso da una ferita alla gola mentre difendeva la sua nave accerchiata, gettato in mare come da sue volontà affinché i nemici non potessero recuperarne il corpo, processato e condannato postumo insieme agli uomini del suo equipaggio per aver intralciato i commerci delle navi di sua maestà e per aver attaccato navi da guerra inglesi. Singolare pensare che il processo si tenne in una fortezza adibita alla tratta degli schiavi: Cape Coast in Ghana.