Deep Space 19: Sojuz 1

Viaggiare nello spazio non è di certo una passeggiata, non è come uscire di casa per andare a comprare il latte, richiede mezzi validi e qualcuno disposto a pilotarli. Qualcuno con una buona dose di coraggio e di incoscienza, un vero pioniere disposto anche a sacrificare la propria vita in nome della scoperta, in nome della sfida, in nome di altri milioni di individui che seguiranno le sue gesta dal comodo salotto di casa propria. All’inizio si reclutavano i potenziali astronauti e cosmonauti tra i piloti militari che testavano gli aerei sperimentali… persone abituate a mettere a rischio la propria vita e capaci di sopportare forti stress, gestendo situazioni pericolose con fermezza nel giro di pochi millesimi di secondo. Uomini oltre gli uomini. Pazzi, folli ed amanti dell’avventura.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano molto indietro nello studio dei razzi e pure dei semplici aerei. Questo settore era appannaggio dei Tedeschi, ma la guerra aveva reso di fatto impossibile sperimentare con sufficiente efficacia tutte le nuove scoperte; gli scienziati tedeschi avevano prodotto decine di prototipi interessanti. Finite le ostilità le potenze vincitrici depredarono la Germania sia dei suoi progetti che dei suoi scienziati, avviando così i programmi di conquista dello spazio, che sarebbero diventati un vero e proprio teatro di battaglia d’immagine durante tutta la Guerra Fredda. Era in gioco il prestigio delle due potenze globali, l’obiettivo era andare più lontano prima del proprio rivale. Sappiamo tutti che ad andare sulla Luna furono gli Stati Uniti, ma per lunghi anni fu l’Unione Sovietica ad essere in vantaggio nel programma spaziale. Tra il 1961 e il 1965 l’Unione Sovietica aveva raggiunto diversi primati importanti: primo viaggio di un essere umano nello spazio (aprile 1961, missione Vostok 1), primo viaggio di gruppo (agosto 1962 con Vostok 3 e Vostok 4), prima donna nello spazio (giugno 1963, missione Vostok 6), prima capsula spaziale con più di un pilota (ottobre 1964, missione Voschod 1) e prima attività extraveicolare della storia (marzo 1965, missione Voschod 2). Gli Stati Uniti erano in affannosamente all’inseguimento, ma col Programma Gemini si rifecero avanti. Le capsule del Programma Gemini potevano essere pilotate direttamente nello spazio, mentre quelle Sovietiche non avevano questa possibilità limitando di molto le potenzialità del viaggio spaziale. Per risolvere la situazione venne studiata la capsula Sojuz, già in progettazione dal 1963. Tre voli sperimentali, senza equipaggio, tra il novembre 1966 ed il febbraio 1967 non andarono propriamente a buon fine per diverse problematiche. A seguiti del disastro dell’Apollo 1, nel gennaio 1967, il programma spaziale americano ebbe una battuta d’arresto ed i Sovietici pensarono fosse venuto il momento di tentare un nuovo sorpasso. L’idea era quella di far eseguire una manovra di aggancio a due capsule spaziali, con equipaggio, nell’orbita terrestre, facendo contestualmente passare i due cosmonauti da una capsula all’altra. Sarebbe stato un nuovo primato importantissimo. Fu così che si pensò di utilizzare due nuove navicelle Sojuz per questa operazione, con due lanci a distanza di 24 ore.

Per la navicella Sojuz 1 venne scelto l’esperto Vladimir Komarov, che aveva già volato sulla Voschod 1: sarebbe stato il primo cosmonauta ad effettuare due missioni operative. Come riserva per la missione era stato scelto Jurij Gagarin, grande amico di Komarov. Il lancio di Sojuz 1 avvenne il 23 aprile 1967. Dopo aver raggiunto la traiettoria d’orbita terrestre cominciarono i primi problemi dovuto ad un malfunzionamento dei pannelli solari che dovevano alimentare l’energia della capsula. Per questo motivo la missione non sarebbe potuta durare quanto originariamente previsto. A questo problema se ne aggiunse uno ai trasmettitori radio della navicella per cui la corretta comunicazione con la base poteva avvenire solo quando la navicella sorvolava l’area sovietica.

vladimir komarov preparing for his flight as part of the soyuz 1 mission, 1967
Komarov in preparazione per la missione Sojuz 1

Visti i grossi problemi si decise di annullare la missione Sojuz 2 e di far in modo di riportare a casa Komarov sano e salvo. Dopo ulteriori problemi nell’accensione dei retrorazzi frenanti, durante l’orbita numero 18, Komarov riuscì ad azionarli manualmente. Il rientro era dato per certo sul territorio sovietico nello ore diurne. A sette chilometri da terra però i paracaduti frenanti non si aprirono completamente e la Sojuz 1 precipitò sulla terra ad una velocità di impatto di 144 Km/h. La morte di Komarov avvenne immediatamente con l’impatto sulla terra, senza che fosse possibile fare nulla per salvargli la vita. Del corpo non rimasero che pochi resti carbonizzati.

Non potendo tener nascosto l’incidente questa situazione causò un duro colpo al programma spaziale sovietico. La navicella Sojuz 1 si era rivelata una vera e propria scatola di morte, progettata male e realizzata peggio. Vladimir Komarov divenne il primo essere umano ad essere deceduto durante una missione spaziale. Le sue ceneri vennero depositate presso la necropoli delle mura del Cremino e il pilota ricevette due decorazioni postume come Eroe dell’Unione Sovietica.

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Vladimir Komarov

Dopo questa tragedia Jurij Gagarin entrò in forte contrasto con l’amministrazione sovietica per come aveva gestito in maniera frettolosa e pericola la missione Sojuz… pare che lo stesso Komarov fosse consapevole di andare incontro ad una morte se non certa probabile.

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Deep Space 19: Titano, tra laghi e deserti

Il prossimo grande obiettivo delle agenzie spaziali è dichiaratamente Marte, per raggiungere questa importante tappa dell’esplorazione spaziale ci vorranno ancora parecchi anni e molto lavoro sia sulla terra che nello spazio. Il vero primo step potrebbe essere una base stanziale sulla Luna e su questo stanno già lavorando sia gli Americani che i Cinesi (i nuovi protagonisti della corsa allo spazio). Mentre c’è chi studia, lavora e progetta la missione su Marte ci sono altri che guardano già oltre, mappando uno ad uno i passi che ci porteranno ad uscire dal Sistema Solare. Uno su tutti? Europa, satellite di Giove, ma ne parleremo meglio un’altra volta. Dopo Europa, dopo Giove si dovrà guardare oltre, ad altri satelliti dei pianeti gassosi più lontani dalla terra, cercando quelli che, per caratteristiche, possano favorire un insediamento umano. Ad oggi nessuna ipotesi o progettazione concreta è ufficiale, però è un dato di fatto che si stiano studiando in maniera approfondita le condizioni di satelliti importanti come ad esempio Titano di Saturno.

Titano e Saturno

Titano è un satellite naturale di Saturno ed è grande circa una volta e mezzo la nostra Luna. Nel corso dei decenni si sono susseguite missioni esplorative nel sistema di Saturno che hanno permesso di osservare anche a Titano. Vale quindi la pena ricordare Pioneer 11, la prima sonda a visitare la zona di Saturno, seguita poi da Voyager 1 che, nonostante alcune problematiche legate all’atmosfera del satellite, riuscì a scattare alcune interessanti fotografie della sua superficie (soprattutto la zona delle macchie scure di Xanadu e Shangi-La). Infine la missione Cassini-Huygens è quella che ad oggi ci ha permesso di scoprire le informazioni più interessanti legate a Titano.

Certamente non si tratta di un paesaggio ospitale da film fantascientifico. Innanzi tutto si parla di un’atmosfera di Azoto nella quale si addensano nuvole di Metano ed Etano. E l’atmosfera è proprio la grande particolarità di Titano, unico satellite nel sistema solare ad avere questa prerogativa. La superficie ricorda, almeno visivamente, quella di Marte ed il suo studio è ancora in atto. Un tempo si era ipotizzato che potessero essere laghi di Metano in alcuni punti del satellite, ma ad oggi si è più propensi a parlare di zone paludose. In ogni caso stiamo pur sempre parlando di acquitrini di Metano liquido. Non è certo una visione romantica, da esplorazione planetaria in stile Avatar, trovarsi in una palude di Metano mentre dal cielo comincia a piovere del Metano e dell’Etano.

Come potrebbe apparire una tempesta di Metano?

Le zone desertiche comprendono dune sabbiose e paesaggi che ricordano molto i deserti terrestri, tanto che dalle analisi dei dati pervenuti dalla sonda Cassini (che non è più operativa da un anno, ma che ha servito l’umanità per oltre 20) si è riusciti ad individuare una tempesta i sabbia. Questo evento è stato poi elaborato e prodotto in maniera grafica dalla NASA con immagini che portano comunque a sognare di mondi lontani  resi per un istante più vicini al nostro scibile. (dal sito della NASA)

Serviranno altre sonde, altre esplorazioni e molti anni di lavoro. Ma sicuramente Titano continuerà ad attirare l’attenzione degli addetti ai lavori. E mentre il mondo intero guarda a Marte altri continueranno a sognare gli Anelli di Saturno…