Prossima Fermata: Santuario di Oropa

Indipendentemente dalla vostra fede religiosa  l’ Italia offre una vasta gamma di bellissimi santuari da visitare sparsi lungo tutta la penisola,talvolta nascosti nei posti più impensabili talvolta maestosi ed evidenti, alcuni sconosciuti altri estremamente noti. Tra quelli noti che ho avuto il piacere di visitare vale la pena ricordare quello di Oropa situato a pochi chilometri dalla città di Biella (della quale magari ci occuperemo più avanti). Siamo nel bel mezzo delle Alpi e più precisamente nelle Alpi Pennine, ma non ad un’ altezza esorbitante come spesso accade per i santuari meno noti.

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Suggestiva vista del Santuario innevato

Il nucleo originario del santuario sarebbe antichissimo, secondo la tradizione, dal momento che risalirebbe al IV secolo. La struttura che oggi è ben visibile risale invece agli inizi del 1600, periodo in cui cominciò l’edificazione vera e proprio del santuario intorno a quelli che erano dei luoghi di culto già conosciuti. La rilevanza fideistica del santuario è data dalla presenza di una statua della Madonna nera risalente al 1300 alla quale sono attribuiti diversi miracoli e grazie, si dice che durante la peste del ‘600 (narrata anche dal Manzoni) la città di Biella rimase incontaminata dopo aver fatto un voto alla Madonna di Oropa. Secondo la tradizione la statua in legno sarebbe stata scolpita da San Luca , l’ evangelista.

Santuario Oropa
Il Santuario visto dall’alto

Nella foto qui sopra si può ammirare il santuario in tutta la sua maestosità. Noterete di certo quella serie di piccole cappelle sulla sinistra, si tratta del complesso denominato Sacro Monte di Oropa comprendente diciannove cappelle la maggior parte delle quali dedicata alla Madonna. Inutile dire che si tratta di un luogo di estrema bellezza e poesia, da vedere possibilmente in una bella giornata di sole. Ideale meta per una gita di due giorni con abbinata la visita della città di Biella, che non richiede troppo tempo.

Deep Space 19: Sojuz 1

Viaggiare nello spazio non è di certo una passeggiata, non è come uscire di casa per andare a comprare il latte, richiede mezzi validi e qualcuno disposto a pilotarli. Qualcuno con una buona dose di coraggio e di incoscienza, un vero pioniere disposto anche a sacrificare la propria vita in nome della scoperta, in nome della sfida, in nome di altri milioni di individui che seguiranno le sue gesta dal comodo salotto di casa propria. All’inizio si reclutavano i potenziali astronauti e cosmonauti tra i piloti militari che testavano gli aerei sperimentali… persone abituate a mettere a rischio la propria vita e capaci di sopportare forti stress, gestendo situazioni pericolose con fermezza nel giro di pochi millesimi di secondo. Uomini oltre gli uomini. Pazzi, folli ed amanti dell’avventura.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano molto indietro nello studio dei razzi e pure dei semplici aerei. Questo settore era appannaggio dei Tedeschi, ma la guerra aveva reso di fatto impossibile sperimentare con sufficiente efficacia tutte le nuove scoperte; gli scienziati tedeschi avevano prodotto decine di prototipi interessanti. Finite le ostilità le potenze vincitrici depredarono la Germania sia dei suoi progetti che dei suoi scienziati, avviando così i programmi di conquista dello spazio, che sarebbero diventati un vero e proprio teatro di battaglia d’immagine durante tutta la Guerra Fredda. Era in gioco il prestigio delle due potenze globali, l’obiettivo era andare più lontano prima del proprio rivale. Sappiamo tutti che ad andare sulla Luna furono gli Stati Uniti, ma per lunghi anni fu l’Unione Sovietica ad essere in vantaggio nel programma spaziale. Tra il 1961 e il 1965 l’Unione Sovietica aveva raggiunto diversi primati importanti: primo viaggio di un essere umano nello spazio (aprile 1961, missione Vostok 1), primo viaggio di gruppo (agosto 1962 con Vostok 3 e Vostok 4), prima donna nello spazio (giugno 1963, missione Vostok 6), prima capsula spaziale con più di un pilota (ottobre 1964, missione Voschod 1) e prima attività extraveicolare della storia (marzo 1965, missione Voschod 2). Gli Stati Uniti erano in affannosamente all’inseguimento, ma col Programma Gemini si rifecero avanti. Le capsule del Programma Gemini potevano essere pilotate direttamente nello spazio, mentre quelle Sovietiche non avevano questa possibilità limitando di molto le potenzialità del viaggio spaziale. Per risolvere la situazione venne studiata la capsula Sojuz, già in progettazione dal 1963. Tre voli sperimentali, senza equipaggio, tra il novembre 1966 ed il febbraio 1967 non andarono propriamente a buon fine per diverse problematiche. A seguiti del disastro dell’Apollo 1, nel gennaio 1967, il programma spaziale americano ebbe una battuta d’arresto ed i Sovietici pensarono fosse venuto il momento di tentare un nuovo sorpasso. L’idea era quella di far eseguire una manovra di aggancio a due capsule spaziali, con equipaggio, nell’orbita terrestre, facendo contestualmente passare i due cosmonauti da una capsula all’altra. Sarebbe stato un nuovo primato importantissimo. Fu così che si pensò di utilizzare due nuove navicelle Sojuz per questa operazione, con due lanci a distanza di 24 ore.

Per la navicella Sojuz 1 venne scelto l’esperto Vladimir Komarov, che aveva già volato sulla Voschod 1: sarebbe stato il primo cosmonauta ad effettuare due missioni operative. Come riserva per la missione era stato scelto Jurij Gagarin, grande amico di Komarov. Il lancio di Sojuz 1 avvenne il 23 aprile 1967. Dopo aver raggiunto la traiettoria d’orbita terrestre cominciarono i primi problemi dovuto ad un malfunzionamento dei pannelli solari che dovevano alimentare l’energia della capsula. Per questo motivo la missione non sarebbe potuta durare quanto originariamente previsto. A questo problema se ne aggiunse uno ai trasmettitori radio della navicella per cui la corretta comunicazione con la base poteva avvenire solo quando la navicella sorvolava l’area sovietica.

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Komarov in preparazione per la missione Sojuz 1

Visti i grossi problemi si decise di annullare la missione Sojuz 2 e di far in modo di riportare a casa Komarov sano e salvo. Dopo ulteriori problemi nell’accensione dei retrorazzi frenanti, durante l’orbita numero 18, Komarov riuscì ad azionarli manualmente. Il rientro era dato per certo sul territorio sovietico nello ore diurne. A sette chilometri da terra però i paracaduti frenanti non si aprirono completamente e la Sojuz 1 precipitò sulla terra ad una velocità di impatto di 144 Km/h. La morte di Komarov avvenne immediatamente con l’impatto sulla terra, senza che fosse possibile fare nulla per salvargli la vita. Del corpo non rimasero che pochi resti carbonizzati.

Non potendo tener nascosto l’incidente questa situazione causò un duro colpo al programma spaziale sovietico. La navicella Sojuz 1 si era rivelata una vera e propria scatola di morte, progettata male e realizzata peggio. Vladimir Komarov divenne il primo essere umano ad essere deceduto durante una missione spaziale. Le sue ceneri vennero depositate presso la necropoli delle mura del Cremino e il pilota ricevette due decorazioni postume come Eroe dell’Unione Sovietica.

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Vladimir Komarov

Dopo questa tragedia Jurij Gagarin entrò in forte contrasto con l’amministrazione sovietica per come aveva gestito in maniera frettolosa e pericola la missione Sojuz… pare che lo stesso Komarov fosse consapevole di andare incontro ad una morte se non certa probabile.

Storia: Napoleone II

Quando si parla della storia di Francia successiva alla Rivoluzione Francese si sente parlare del famosissimo Napoleone e qualche decennio dopo di Napoleone III (di cui il primo era lo zio), ma raramente si sente parlare di Napoleone II. In effetti la brevità del suo regno (meno di un mese) e la brevità della sua vita (21 anni) non ci hanno lasciato moltissime notizie.

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Napoleone II

Napoleone II secondo nasce da Napoleone e dalla sua seconda moglie, Maria Luisa d’Asburgo-Lorena. Nasce come erede imperiale nel 1811, nella piena espansione dell’impero del padre sul suolo d’Europa. La Francia ha molti nemici e ben presto Napoleone decide di lanciarsi in una folle spedizione contro uno dei suoi principali avversari: lo Zar di Russia. La spedizione del 1812 si rivelerà un vero e proprio disastro e Napoleone sarà costretto a ripiegare in patria perdendo la maggior parte dei suoi uomini.  Seguiranno anni disastrosi. Battaglie perse, l’esilio all’Elba, il ritorno in Francia, i 100 giorni e la battaglia di Waterloo. Napoleone sarà costretto all’esilio a Sant’Elena e abdicando passerà la corona imperiale al figlio di appena tre anni nella speranza che il parlamento nomini un reggente.

E’ il 22 giugno 1815 e il piccolo Napoleone II è imperatore dei Francesi. Il 7 luglio 1815 perderà il titolo.

La sua vita proseguirà in Austria, alla corte del nonno Francesco I, gli verranno assegnate delle terre in Boemia e ne ricaverà una discreta rendita, verrà poi nominato duca di Reichstadt con rendita ancora più alta. La libertà di movimento del giovane era però limitata all’impero asburgico: non poteva andare né in Italia né in Francia, paesi dove potenzialmente potevano esserci sostenitori di una sua candidatura all’alto scranno di Francia.

Il giovane Napoleone II condusse una vita tranquilla, ma morì a soli 21 anni di tisi. Si è vociferato molto di una sua possibile paternità nei confronti del futuro imperatore Francesco Giuseppe a causa di una effettiva somiglianza sia fisica che caratteriale, ma difficilmente si potrebbe dimostrare se non con test del DNA… nel caso sarebbe una bella beffa per la casata Asburgo. Alla morte venne seppellito a Vienna nella cripta imperiale, ma nel 1940 venne traslato per ordine di Hitler e fatto deporre accanto alla tomba del padre agli Invalides di Parigi. Era il 15 dicembre 1940, esattamente un secolo prima il corpo di Napoleone era stato portato in quel luogo dall’isola di Sant’Elena.

Storia: Seconda Guerra Balcanica (1913)

In precedenza abbiamo parlato della delicata situazione dei Balcani all’inizio del ‘900 e della situazione esplosiva che portò alla Prima guerra balcanica, tutti eventi da inserire a pieno titolo tra le avvisaglie della Prima Guerra Mondiale che sarebbe scoppiata nel 1914. La guerra nei Balcani del 1912-13 si era conclusa con una sconfitta ed un ridimensionamento dell’Impero Ottomano, il quale aveva perso la quasi totalità dei suoi rimanenti territori europei. Tra i vincitori serpeggiava però del malcontento, ad essere insoddisfatta era principalmente la Bulgaria che rivendicava i territori della Macedonia finiti sotto il controllo della Serbia.

La Bulgaria attaccò i suoi ex alleati (Grecia, Montenegro e Serbia) il 29 Giugno 1913 ad un mese dalla fine della precedente guerra. Le tre nazioni resistettero però agli attacchi delle truppe dello Zar Ferdinando I. In uno scenario così incerto ed esplosivo era inevitabile che altri paesi interessati all’area si inserissero nella disputa, fu così che la Romania e l’Impero Ottomano intervennero al fianco di Grecia, Montenegro e Serbia, facendo pendere l’ago della bilancia in favore della coalizione. Gli Ottomani riconquistarono immediatamente Adrianopoli, persa nel corso del precedente conflitto. I Rumeni invece con rapide manovre attraversarono il Danubio puntando direttamente sulla capitale del Regno di Bulgaria: Sofia.

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Truppe Greche vittoriose sui Bulgari a Kavala

Il 10 Agosto 1913 il conflitto terminò con la sconfitta della Bulgaria. Una pace venne siglata a Bucarest tra le varie potenze, una pace velleitaria destinata a disperdersi nel mare di sangue della Grande Guerra. La Serbia ottenne l’annessione di tutta la Macedonia eccetto le porzioni rimaste alla Grecia, per cui la Bulgaria non controllava più nessun lembo di quella terra (le truppe di Sofia durante la Prima Guerra Mondiale combatteranno infatti insieme ad Austro-Ungarici e Tedeschi contro i Rumeni ed i Serbi). Il Montenegro ottenne alcuni lembi del neonato stato di Albania (restava comunque aperta la problematica del mancato sbocco sull’Adriatico della Serbia). La Grecia ottenne Salonicco, l’Epiro e Creta. La Romania ottenne quasi tutta la Dobrugia e parte della costa bulgara sul Mar Nero.

La pace dei Balcani non era destinata a durare a lungo…

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Truppe rumene entrano in Bulgaria

Sehnsucht: Monte Llullaillaco

Le strade dell’Impero Inca univano un tempo Quito (capitale dell’Ecuador) a Santiago (capitale del Cile). La vastità di tale impero precolombiano ha permesso di ritrovare reperti archeologici di enorme interesse in paesaggi altamente diversificati e lontani tra loro. Tutto questo nonostante sia durato non più di 300 anni. La zona delle Ande è a forte presenza vulcanica. Nello specifico, nella grande zona desertica di Atacama (al confine tra Cile e Argentina) si trova il grande vulcano Llullaillaco. Questo strato-vulcano di 6.739 metri è uno dei più grandi vulcani addormentati del pianeta, nello specifico il terzo in classifica, e la sua ultima attività registrata è del 1877.

Llullaillaco Vulcano
Vista del monte Llullaillaco

Il nome deriva da due parole in lingua quechua: “llulla” che significa “falso/ingannevole” e “llaco” che significa “acqua”. Questo nome è dovuto al fatto che la neve della sua sommità quando si scioglie non da origine a corsi d’acqua, ma viene assorbita dal terreno lungo i pendii del vulcano. Una sorta di montagna fregatura…

Oltre all’enorme interesse di tipo naturalistico il vulcano ha una storia interessante anche da punto di vista archeologico. Il 16 marzo del 1999 Johan Reinhard e il suo team archeologico scoprirono vicino alla cima del vulcano una tomba contenente le mummie di tre bambini, conosciuti in seguito come “I bambini di Llullaillaco”. Oltre alle mummie furono ritrovate statue d’oro, conchiglie, argento, tessuti e ceramiche. Le mummie erano in condizioni eccezionali una volta trovate, questo per il particolare clima della zona. Gli organi interni erano ancora intatti e uno dei cuori conteneva ancora sangue congelato. Poiché le mummie si erano congelate prima che potesse verificarsi la disidratazione, l’essiccazione e l’avvizzimento degli organi, tipici dei resti umani esposti, non hanno mai avuto luogo.

Llullaillaco Doncella
Analisi sulla mummia conosciuta come “La doncella”

I bambini furono vittime di un sacrificio rituale proprio sul vulcano. Di fatto furono drogati (dalle analisi sui tessuti con grossi quantitativi di coca e birra di mais) e lasciati a morire congelati sulla cima della montagna, per poi esservi sepolti. Il sacrificio dei bambini era una parte importante della religione Inca ed era spesso usato per commemorare eventi importanti o come offerta agli dei in tempi di carestia e come un modo per chiedere protezione.

Secondo la tradizionale credenza Inca, i bambini sacrificati non muoiono veramente, ma guardano la terra dai loro posatoi sulla cima delle montagne, accanto ai loro antenati.

Dal Mondo: Diana Spencer e pure Stuart

2625de92972a1cad1389d1171073e4beLa compianta Lady Diana Spencer, Principessa del Galles e madre del futuro Re d’Inghilterra, era discendente di una nobile ed importante famiglia… gli Spencer per l’appunto.  La bella “principessa triste” però non era solo madre di Re, ma anche discendente di Re.

Forse in pochi sanno che Lady D aveva tra i suoi antenati ben due Re d’Inghilterra: Giacomo II Stuart e Carlo II Stuart, sovrani del periodo successivo alla Guerra Civile Inglese (1642 – 1651)

Ma non solo… tra i suoi antenati ci sarebbero anche Mary Stuart e Maria Bolena (sorella della più famosa Anna).

La vita è lunga e fa molti giri, ma alcune strade girano sempre intorno al trono. 

Lemuria Dixit: Nāga

Il mondo antico e della mitologia è popolato da creature misteriose e da interi popoli le cui caratteristiche psico-fisiche non sono assimilabili a quelle dell’umanità moderna. Intere leggende narrano di esseri dal corpo per metà umano e per metà di animale, di esseri in grado di mutare forma a piacimento, di razze antiche scomparse dopo intensi e drammatici eventi. Alcune di queste razze ritornano ciclicamente nei racconti umani, rinnovando la leggenda ed aggiornandola ai tempi nostri. Talvolta il mito non muore e perpetua i suoi frutti nei sotterranei del complottismo più ridicolo e talvolta negli alti piani dell’occultismo. Tra le creature più ricorrenti nella storia dell’uomo troviamo gli Uomini Serpente, una razza con caratteristiche semidivine che compare più volte nelle mitologie di popoli della terra distanti tra loro. Senza stare ad analizzare l’attuale dissertazione su Nuovi Ordini Mondiali, Uomini Rettile che governano il mondo e similari… volevo soffermarmi semplicemente sulla rappresentazione asiatica di questo antica e potente razza: i nāga.

I nāga sono creature che vivono in un misterioso, quanto ricco, regno sotterraneo. Hanno la capacità di assumere sia la piena forma umana che la piena forma serpentina e sono associati in genere all’acqua e a tutti gli eventi (positivi e negativi) ad essa correlati. Per accedere alle misteriose città dei nāga si dovrebbe cercare sul fondo dei laghi o dei fiumi più profondi. Sono esseri positivi tranne per coloro che danneggiano deliberatamente l’ambiente. In tutto il mondo asiatico compaiono quindi in associazione al concetto di fertilità, al ciclo di piogge che favorisce abbondanti raccolte, ma anche alle tremende alluvioni di alcuni grandi fiumi.

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Creature mitiche in una rappresentazione Birmana, il primo a sinistra è un Nāga

I nāga talvolta si mischiano agli esseri umani e si riproducono con loro, si narra ad esempio che una principessa dei nāga si sposò con il primo re dell’antica Cambogia, dalla loro unione sarebbe nato il popolo cambogiano. Secondo questa leggenda questo popolo di serpenti abitava una vasta area dell’Oceano pacifico. Se analizziamo leggende similari dell’area asiatico-pacifica si giunge ad associare gli uomini serpente al mitico continente di Mu, un continente perduto nel più classico stile atlantideo. Ma di questo parleremo poi un’altra volta. In ogni caso su molti templi della regione sono rappresentati i nāga, vedasi le interessanti statue del tempio di Angkor Wat che rappresentano nāga a 7 teste (1 per ogni razza della loro società).

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Nāga Kanya

Un’altra leggenda, comune ai nāga e al continente perduto di Mu riguarda il segreto dell’elisir di lunga vita. La leggenda narra che questi mitici esseri rubarono una coppa di pura vita agli dei, mentre questi erano intenti a distribuirla alle creature del mondo. Le divinità recuperarono la coppa, ma una parte del suo contenuto cadde a terra. I nāga si misero a leccare il terreno per bere la pura vita e così facendo si tagliarono la lingua, che rimase per sempre biforcuta.

La visione tutto sommato pacifica, positiva e naturalistica, dei nāga contrasta enormemente con l’immagine quasi terrorizzante dei malvagi uomini serpente che vorrebbero controllare il mondo.